La testimonianza.

In chiesa l’handbiker sardo: «Generoso e autoironico, Alex mi ha restituito la felicità» 

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«Mi ha ridato la felicità». Risponde così Guglielmo Capolino se gli si chiede cosa debba ad Alex Zanardi, l’uomo che ieri è andato a salutare per l’ultima volta nella basilica di Padova: era lì, davanti al feretro, in cerchio con gli altri “ragazzi” di Obiettivo3, l’associazione per l’avviamento allo sport paralimpico fondata dall’ex pilota di Formula 1. Grazie a quel progetto Capolino ha potuto risentire il cuore pompare per lo sforzo, e l’ebrezza, di lanciare su strada la sua handbike, la bicicletta sulla quale si pedala con le mani. Il suo sport, che ha scelto dopo che ha dovuto fare i conti con quella che in passato ha definito come una “novità”: dover vivere su una sedia a rotelle.

L’incidente

Sulla carta d’identità c’è scritto “nato a Sassari" 47 anni fa, ma è cagliaritano. Lavora nell’impresa di famiglia, si occupa di rifiniture edili. Nel 2006 l’incidente in moto, sulla strada che collega Cagliari con la costa orientale: l’urto con il guardrail l’ha paralizzato dalla vita in giù. La ripresa è stata lunga e dura. Ma il bello non è mancato: si è sposato, ha avuto una figlia. Qualcosa, però, mancava: lo sport, «quello che quando lo pratichi non pensi ai problemi». Capolino cercava qualcosa che non lo obbligasse a dipendere dagli altri, quando nel 2019 è incappato in un post di Zanardi, campione di handbike, che ringraziava i suoi sostenitori.

La svolta

«Gli ho fatto i complimenti», racconta il cagliaritano, «gli ho chiesto se avesse una handbike di seconda mano da vendermi. Una nuova costa tanto, circa 7mila euro: temevo che non facesse per me e non volevo buttare i soldi». Non ce n’è stato bisogno. Dopo quella chiacchierata online «mi sono trovato a Padova, nel campus di Obiettivo3. Mi hanno dato un’handbike in comodato d’uso gratuito. E ho potuto ricominciare a fare sport, libero». Durante l’incontro con Zanardi ha avuto anche prova dello spirito ironico di Zanardi: «Ha sbagliato il nome di mia moglie. Si è scusato dicendo “ho più gambe che testa”».

Il messaggio

Su quel mezzo “donato” Capolino ha sfrecciato per anni. Ha fatto anche la tappa sarda di “Obiettivo tricolore”, una staffetta di atleti paralimpici che nel 2020 attraversato tutta l’Italia. L’ennesima iniziativa del vulcanico Zanardi. Linfa vitale, per Capolino. Che per questo si è imbarcato per Padova: voleva esserci. «In chiesa siamo entrati noi di Obiettivo3, con Alex e la famiglia dietro», racconta, «alcuni di noi hanno letto un testo a nome di tutti». Il prete, ha notato Capolino, «ha parlato molto di Alex uomo e poco di Alex atleta». Ancora pervaso dalle emozioni, il quarantasettenne tiene a mandare un messaggio: «Perché c'è stato bisogno di una persona come Alex per dare una possibilità a centinaia di persone di avvicinarsi allo sport paralimpico?», chiede, «perché una sola famiglia si è presa la responsabilità di creare un movimento, di cercare sponsor, di programmare eventi, di comprare mezzi, abbigliamento e attrezzature? Ci sarebbe voluta una famiglia Zanardi per ogni regione d'Italia», sostiene Capolino, «invece ce n'è stata una per tutta l'Italia. Facile parlare di esempio da seguire, senza che poi nessuno lo segua».

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