L’intervista

«Il voto Usa non inciderà sull’economia globale» 

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Il voto americano di Midterm è un campanello d’allarme per Donald Trump, ma difficilmente sarà sufficiente a cambiare la rotta dell’economia mondiale. Federico Carli, economista e presidente dell’associazione dedicata al nonno Guido, che è stato governatore della Banca d’Italia e ministro del Tesoro, legge il risultato attraverso le fratture degli Stati Uniti: la corsa dei settori tecnologici, le difficoltà dell’economia tradizionale, le disuguaglianze. Carli sarà ospite oggi a Cagliari, alle 19.15, del festival Ideario Sport che si svolge a Sa Manifattura. Base di partenza della discussione il suo libro sulle opportunità legate ai grandi eventi sportivi. Interviene anche l’amministratore delegato del Cagliari Calcio Stefano Melis.

Quali conseguenze si aspetta dalle elezioni di Midterm?

«Non credo che il voto produca un impatto significativo sull’economia globale. La struttura istituzionale degli Stati Uniti rende difficile immaginare un cambiamento radicale delle politiche. È però suonato un campanello d’allarme forte per l’amministrazione Trump, che dovrà tenere conto dell’insoddisfazione espressa dagli elettori. Mi aspetto correzioni nelle scelte interne, più che sul piano geopolitico».

Che cosa sta succedendo nella società americana?

«La situazione americana è meno brillante di quanto percepiamo in Europa. C’è una frattura tra i settori che esprimono produttività e crescono, come nuove tecnologie, intelligenza artificiale e finanza, e l’economia tradizionale, che attraversa difficoltà profonde. Questa distanza allarga il divario tra ricchi e poveri. Le pressioni inflazionistiche legate al contesto internazionale rendono il quadro ancora più delicato».

La Federal Reserve ha margini per intervenire?

«Non vorrei essere nei panni del suo presidente. Da una parte deve contrastare l’inflazione, dall’altra deve prestare attenzione a Wall Street, dove le valutazioni sono molto elevate. Un rialzo dei tassi potrebbe provocare una caduta dei mercati dalle conseguenze drammatiche. È una situazione complicata, che il voto da solo non può risolvere».

Torniamo in Italia. Il divario Nord-Sud, affrontato da suo nonno in tante analisi economiche, è una questione ancora aperta.

«La storia economica ci offre un’indicazione. Negli anni Cinquanta e Sessanta la crescita ha trasformato il Paese e attenuato i divari. Quando quella spinta si è esaurita, le distanze territoriali sono di nuovo aumentate. Occorre investire in infrastrutture socialmente utili, concentrando una parte prevalente delle risorse nel Mezzogiorno, Sardegna compresa».

Con quali risorse, considerati i vincoli dei conti pubblici?

«Sono convinto che esistano margini di manovra. Richiamare l’equilibrio di bilancio per rinunciare agli investimenti può diventare una scorciatoia: ci sono spese improduttive da tagliare per finanziare le opere necessarie. Servono scelte politiche e la capacità di spiegarle ai cittadini. A complicare le decisioni contribuisce una stratificazione burocratica e normativa che impedisce di intervenire nei tempi richiesti».

Che cosa serve alle imprese sarde per crescere?

«Meno burocrazia, un peso fiscale equo, una cornice giuridica adeguata e reti efficienti. Digitalizzazione e nuove tecnologie possono aiutare. Più che puntare sugli incentivi, che spesso distorcono la concorrenza, bisogna creare le condizioni perché l’imprenditoria esprima il proprio potenziale. All’intervento pubblico spettano istruzione, ricerca, sanità e grandi infrastrutture. Quando lo Stato ha svolto bene il proprio compito, le imprese hanno risposto, al Nord come al Sud».

Per un’isola i collegamenti sono decisivi.

«I trasporti sono un punto di fragilità della Sardegna. Dove le infrastrutture sono deboli bisogna realizzarle, così come altrove occorre mantenerle e adeguarle. Il trasporto aereo è vitale e imprescindibile: deve essere una priorità della Regione e della politica nazionale. Penso anche al trasporto delle merci, un altro ambito in cui occorre intervenire con urgenza».

Il costo dell’energia rende le imprese sarde meno competitive.

«Penalizza le imprese e si riflette sulla vita delle famiglie. Il contesto internazionale non aiuta. Il governo ha assunto decisioni importanti per rispondere alle pressioni sui prezzi, ma serve anche un piano di medio e lungo termine per portare i costi in Italia e in Sardegna su livelli compatibili con quelli degli altri Paesi europei».

Quanto può essere importante realizzare il progetto del nuovo stadio a Cagliari?

«Un impianto moderno, inserito in modo sostenibile anche sul piano ambientale nel contesto urbano, può produrre valore economico, promuovere l’immagine della città e riavvicinare famiglie e giovani allo sport. La prospettiva di Euro 2032 è una grande opportunità. Occorrono trasparenza, responsabilità precise e un confronto costante con i cittadini. Anche la stampa deve sollecitare chi decide, dalla progettazione alla realizzazione».

Che cosa deve restare dopo un grande evento sportivo?

«Impianti utilizzabili e infrastrutture pubbliche utili. Bisogna evitare strutture che diventino soltanto un costo. L’eredità riguarda anche i valori trasmessi ai ragazzi e la diffusione dell’attività fisica, con benefici sulla salute. Il successo si misura su ciò che rimane al territorio».

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