L’esperto.

«Il viaggio perfetto è un’esperienza difficile da ripetere» 

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Oggi si parla di turismo esperienziale: nel 2004 ancora non c’era un nome per un viaggio che comprendeva, per esempio, l’emozione di imparare da un’anziana di un paesino del centro Sardegna l’arte di fare i malloreddus. Con la sua “Motus in Sardinia”, da 22 anni Mario Delitala organizza, per comitive prevalentemente straniere, viaggi nella Sardegna meno consueta. Oggi è a proposte del genere che si pensa quando si cercano modi per attirare visitatori anche al di là della stagione del sole e delle spiagge. Ma destagionalizzare il turismo sardo è possibile? «Un’ipotesi realistica è una stagione che vada da Carnevale a fine novembre».

I cosiddetti eventi servono?

«È un un dibattito che va avanti da decenni. Prendiamo il rally: tre-quattro giorni di pienone. E poi?».

Insomma: turismo mordi-e-fuggi.

«Sì. E anche un modo per “drogare” il mercato: per pochi giorni, per una stanza si pagano prezzi stellari. Ma poi? Quando attracca una nave da crociera non si trova più un pullman, un taxi, una guida turistica. Ma il giorno dopo? Ecco, se il giorno prima e il giorno dopo la manifestazione ti ritrovi il vuoto, la proposta non va bene. Gli alberghi, per dire, non funzionano bene con queste “fiammate”: riaprire per una-due notti, con i dipendenti che magari sono “in Naspi”, non è sostenibile».

Alternative?

«Sarò sincero: non ho in tasca la formula magica per la destagionalizzazione. Ma posso dire che cosa cercano i turisti nella Sardegna, al di là del mare e delle belle spiagge: lentezza, buon cibo, cultura del bere, il fascino dei piccoli borghi, la tranquillità dei piccoli musei. E, specialmente i giovani, luoghi instagrammabili ».

Lei propone un tipo diverso di vacanza, più per viaggiatori che per turisti.

«Cerco di offrire qualcosa che non sia quel tipo di autenticità che, negli Stati Uniti, definiscono “staged”, cioè messa in scena».

Tipo la Cavalcata sarda?

«Ecco. Quando fu inventata, per la visita dei reali a Sassari a fine Ottocento, aveva un senso. E lo aveva anche quando mio nonno Sergio Costa, negli anni ‘50 del secolo scorso, la fece rinascere. Ma oggi?»

Eppure fa numeri.

«Grandi numeri. E quando porto una comitiva a vederla, sono tutti contenti. Però preferisco altre esperienze. Mi piace quando tra visitatori e persone del posto cadono le barriere. L’altro giorno per esempio ho accompagnato una comitiva di 25 persone, componenti di un’associazione culturale di Roma che si dedica ai viaggi di scoperta, a partecipare a Su Battileddu, il carnevale di Lula. Ma attenzione: nessuna esperienza può essere ripetuta troppe volte».

Perché?

«È il paradosso del turismo: tutti vorremmo visitare luoghi inviolati, ma quando ci andiamo in qualche modo li cambiamo. Ogni volta che un viaggio funziona mi pongo il problema: vorrei ripeterlo, ma mettiamo che l’anno prossimo io di persone a Lula ne porti 50. La voce si sparge, l’anno dopo vengono in 100, due anni dopo in 350. E il rapporto tra visitatori e gente del posto, per forza, cambia. Lo stesso sta succedendo con un filone che da qualche anno va forte: quello delle “blue zone”».

Qual è il problema?

«Da quando Netflix ha dedicato alla Sardegna una puntata di una serie dedicata agli stili di vita sostenibili e salutari, e fra l’altro fui io ad accompagnare Zac Efron ad Aritzo, sempre più turisti vogliono venire qui “a caccia” dei nostri grandi vecchi. Sono tanti, e vogliono incontrare i centenari: un fenomeno invasivo. Alla fine il professor Giovanni Pes, l’inventore del concetto di “blue zone”, è dovuto intervenire per dire basta all’idea che queste persone debbano, per così dire, essere tenute sotto naftalina per essere tirate fuori quando arrivano i turisti. È una forma di overtourism».

Secondo lei in Sardegna c’è overtourism?

«C’è sia a Cagliari (nei quartieri storici) che ad Alghero: quando si supera una certa soglia nel rapporto tra le camere disponibili in affitto breve e quelle abitate dai residenti, quando in un quartiere o una città scompaiono i negozietti per far posto solo a rivendite di cibo, bevande e souvenir, quando non si riesce più a restare a viverci, c’è overtourism. E allora conviene iniziare a guardare a come città come Amsterdam o Barcellona stanno provando a reagire al problema». (m. n.)

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