La lectio.

Il viaggio dell’anima nell’Aldilà chiude la stagione dei “Dialoghi” 

L’archeologo con Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino  

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Tenevano più al dopo che al prima. E avevano ragione, dal loro punto di vista: che cos’è un intervallo di tempo, fosse anche lungo, rispetto all’eternità? Al pensiero della morte, gli antichi Egizi dedicavano più attenzione che alla vita, spiega Christian Greco, e alla tomba più cura che all’abitazione, del resto vi avrebbero trascorso un numero non misurabile di ore. L’enfasi che il popolo del Nilo pone sull’Aldilà è fonte di innumerevoli suggestioni, non a caso il titolo della lectio che il direttore del Museo Egizio di Torino terrà domani alle 19.30 a Cagliari, nella Cittadella dei Musei, si pone alcune domande: “L’anima egizia. Riti funerari e viaggi ultraterreni. Qual era la concezione, nell’antico Egitto, del viaggio dell’anima nell’Aldilà? Quale rilevanza sociale avevano le cerimonie di accompagnamento del defunto alla sepoltura?“

La lezione del famoso archeologo, tra i maggiori esperti della civiltà egizia, conclude la quinta stagione dei “Dialoghi di archeologia, architettura, arte e paesaggio”, organizzati dai Musei nazionali e curati da Maria Antonietta Mongiu e Francesco Muscolino. E nel farlo cerca di comprendere se la visione dell'oltretomba era condivisa da tutta la civiltà egizia, oppure, nei testi antichi si possono rintracciare anche dubbi sull'esistenza di una vita ultraterrena.

Per gli Egizi, spiega lo studioso, il cui intervento sarà in streaming sui canali social dei Musei nazionali, il luogo del riposo eterno non era una semplice questione pratica: la tomba assolveva diverse funzioni. La camera funeraria custodiva il corpo del defunto e, insieme con la cappella soprastante, permetteva la sua rigenerazione e l'esistenza eterna nell'Aldilà. La cappella era, inoltre, lo spazio in cui l'identità del defunto veniva preservata e commemorata dai viventi che visitavano il sepolcro. Il morto portava con sé alcuni oggetti indispensabili: un abito di lino per proteggersi dal caldo; una scorta di cibo: datteri, frutta secca, farina, semi, pesce e pane; infine, un gioco da tavolo per trascorrere il tempo. Sul corpo erano collocati anche degli amuleti: lo scarabeo sul cuore, un pilastro sotto la schiena per mantenere dritto il corpo e un poggiatesta. Insomma, come testimonia la maestosità delle piramidi, e confermano le parole dello scrittore greco Diodoro Siculo (60 a.C:): «Gli abitanti dell’Egitto non hanno considerazione alcuna del periodo della loro vita, mentre danno un incredibile valore a quello dopo la morte, quando saranno ricordati per le loro virtù». Pertanto, chiamano “alloggi provvisori” le abitazioni dei vivi, poiché vi dimorano per poco, e nominano “case eterne” le tombe, giacché nell’Ade non ha senso contare il tempo. All’eternità ci si prepara con zelo, a iniziare dal trattamento del cadavere (inclusa la mummificazione), per proseguire con la creazione di un luogo propizio al riposo senza fine e adatto al culto del morto. Solo se ciascun compito fosse stato eseguito, allora si sarebbe potuti entrare nell’Aldilà.

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