Cronaca

Il tartufo di Laconi? Senza patentino  il business non c’è 

Stagione positiva per la raccolta,  ma vendere è un’impresa difficile 

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Il business del tartufo di Laconi? Stenta a decollare. «Ma quale business? È vero, i tartufi ci sono, ma senza patentino, né tracciabilità del prodotto, non li possiamo vendere». Massimo Marongiu è di Villaurbana e tra qualche anno potrà (finalmente) andare in pensione dal suo lavoro di marmista: «È quello che faccio per vivere e pagare l’Università alle mie due figlie. Certo, se avessi potuto fare della passione per i tartufi un lavoro vero forse sarebbe stato un po’ diverso».

La delusione

Come lui sono in tanti ad aver sperato che il territorio di Laconi, comune sardo famoso (anche) per i tartufi, potesse dare loro un lavoro vero e proprio. Sulla questione lo scorso anno il Comune ha organizzato anche un convegno dal titolo a dir poco eloquente: “Tartufo sardo, valorizzazione e prospettive”, ma nonostante le preziose risorse della natura – tra questi boschi si trovano il tartufo nero invernale, il tartufo bianco primaverile e il tartufo nero estivo – e la buona volontà dell’amministrazione, da queste parti è accaduto ben poco.

I numeri

«Siamo all’anno zero». A riassumere in quattro parole la delusione condivisa da decine di cercatori è Ivano Carta, nell’ordine: micologo, guida ambientale e cercatore di tartufi che si accompagna con i suoi due cani specializzati Erny e Monella. «Abbiamo bisogno di un patentino per poter valorizzare questo territorio. La richiesta ci sarebbe ma, per quanto mi riguarda, spedisco il prodotto fuori dalla Sardegna». Ivano Carta, oltre a essere un cercatore e un micologo, accompagna piccoli gruppi di visitatori che alla passione per l’ambiente e le escursioni uniscono quella per la buona tavola. Il pacchetto di solito costa tra i 120 e i 150 euro a persona e coinvolge anche chef più o meno famosi. E poi c’è l’aspetto delle tartufaie e non si parla solo di quelle naturali, ma di luoghi in cui piantare alberi micorizzati per far nascere i tartufi. «Se piantassimo 500 piante micorizzate a ettaro, in una situazione ideale, tra cinque o sette anni potremmo avere qualche chilo di tartufo per ogni albero», prosegue Carta, che non nasconde l’amarezza: «Fare di questa passione un’attività, alle condizioni attuali, non è possibile». Tra i primi a perlustrare la terra tra le rocce all’ombra dei lecci fuori paese, c’è il veterano Pinuccio Pisu: «Il bianchetto sta finendo, quest’anno in alcuni tratti ce n’erano di belli grazie alle piogge abbondanti. Quelli neri, invece, i più pregiati, sono stati di meno», racconta. Sulle possibilità del mercato, aggiunge: «Io ne spedisco qualche chilo in continente, non di più».

Il Comune

Quella del tartufo è una risorsa sulla quale il Comune spera di poter puntare. «Dopo tanti anni, finalmente anche la Sardegna si è dotata di una legge che consente di regolamentare la raccolta, ma è come se non ce l’avessimo», spiega il sindaco Salvatore Argiolas. «Senza la legge attuativa non abbiamo gli strumenti per far sì che quanto previsto dal legislatore venga applicato, a cominciare dal patentino e dall’educazione ambientale. Le regole servono se vengono fatte rispettare, invece, in questo momento chiunque può andare a cercare tartufi senza avere le nozioni base, creando danni al territorio, perché ogni colpo di zappa è un colpo mortale alle nostre terre». In attesa che venga completato il quadro normativo, sul fronte della promozione l’amministrazione ha decido di allargare il proprio campo d’azione: «Abbiamo aderito, unici in Sardegna, all’associazione nazionale “Città del tartufo” che raccoglie tutti i comuni italiani con questa vocazione. È un’occasione di confronto con realtà come Alba che ci insegnano cosa fare. E poi abbiamo messo a disposizione dell’associazione regionale dei cercatori di tartufi una sede nella quale riunirsi».

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