La politica non c’entra. Il dietro le quinte dell’Einstein telescope in Sardegna è solo roba di scienza e di scienziati. Nomi che non si fanno mai. Ma se non fosse stato per Fulvio Ricci e Adalberto Giazotto, la candidatura di Sos Enattos non sarebbe mai arrivata.
Tutto comincia nel 2009, quando la comunità scientifica internazionale si mette al lavoro per progettare un interferometro di terza generazione, chiamato l’Einstein telescope (Et), un modello più avanzato rispetto a Virgo, il rilevatore di onde elettromagnetiche che appena due anni prima, nel 2007, aveva cominciato a funzionare a Cascina, in provincia di Pisa. Virgo, poi, darà enormi soddisfazioni, visto che lì, il 14 settembre del 2015, è stato captato, per la prima volta sul pianeta terra, il segnale di un’onda gravitazionale. La scoperta ha rivoluzionato il modo di studiare l’universo e infatti nel 2017 venne premiata con il Nobel per la Fisica, ma già nel 2009 si immaginava un rilevatore più potente, capace di osservare, come farà l’Et, «un volume di universo circa mille volte maggiore rispetto a Virgo».
Partì allora la corsa alla ricerca del sito perfetto per ospitare la terza generazione di interferometri. Inizialmente si pensò al Gran Sasso e ad Agrigento, poi scartati perché l’uno è in zona esposta ai terremoti, l’altro troppo vicino al mare. Ricci, classe 1951, professore emerito di Fisica gravitazionale alla Sapienza di Roma e per anni portavoce del progetto Virgo, iniziò a studiare tutte le mappe sismiche italiane. Passò poi a quelle sarde, ricordandosi che aveva pensato all’Isola, anche per Virgo, il collega Giazotto, classe 1940, una vita dedicata alla Fisica sino alla morte nel 2017, co-fondatore del progetto di Cascina. Ricci arrivò così a Sos Enattos, che racchiude le caratteristiche considerate ideali per ospitare un rilevatore di onde gravitazionali: si trova in una «zona geologicamente stabile» e ha un «basso rumore sismico», sia per il tipo di rocce, classificate come «metamorfiche dense», che per la «ridotta presenza di falde acquifere». Terzo: la zona di Lula – ma anche quelle di Bitti e Onanì, dove si potrebbero allungare i bracci chilometrici dell’interferometro – ha «scarsa antropizzazione». Tutte condizioni che favoriscono il silenzio ambientale, necessario per rilevare i debolissimi segnali delle onde gravitazionali. ( al. car. )
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