Tortolì.

Il mare restituisce Enrico Piras 

Al largo di Olbia riemerge il cadavere di uno dei pescatori dispersi 

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Decisiva per il riconoscimento è stata la catenina che Enrico Piras indossava il giorno del naufragio. Così i familiari del 63enne di Tortolì hanno potuto identificare il loro caro, disperso da quel tragico 11 febbraio, quando il peschereccio Luigino, su cui si trovava insieme all’armatore Antonio Morlè, disperso anche lui, e al marinaio Antonio Lovicario (superstite), si è inabissato a poche miglia da Santa Maria Navarrese.

È stato l’equipaggio di un altro peschereccio, ieri mattina, a notare la sagoma che oscillava tra le onde, alcune miglia a nord dell’isola di Mortorio che ricade nell’arcipelago de La Maddalena. A recuperare il corpo alla deriva è stato il personale della Capitaneria di porto di Olbia coordinato dalla Procura di Tempio Pausania che ha avviato le indagini in contatto con quella di Lanusei, dove subito dopo il naufragio è stato istruito un fascicolo di cui è titolare il pm Giovanna Morra.

Il ritrovamento

La speranza non era mai tramontata. Sessantanove giorni senza nessun segnale cominciavano a essere parecchi anche per i familiari. Dopo oltre due mesi e mezzo dal naufragio del Luigino, il corpo di Enrico Piras, disperso insieme ad Antonio Morlè, di dieci anni più piccolo, è stato recuperato e trasportato sulla banchina di Porto Cervo. Il test del Dna, disposto dalla Procura di Tempio Pausania, sarà soltanto una procedura puramente formale. La notizia del ritrovamento del corpo di Piras ha raggiunto la comunità di Tortolì nel primissimo pomeriggio, suscitando commozione. «Non è una notizia che porta gioia, ma il ritrovamento del corpo concede un lieve sollievo al grande dolore quotidiano da quel tragico giorno. Ora - è stato il commento di Irene Murru, vicesindaco e assessore ai Servizi sociali - la moglie, le figlie e tutte le persone che gli volevano bene potranno avere una tomba su cui piangere il proprio caro e su cui posare con dolcezza e amore un fiore».

La tragedia

Il mare ha restituito Enrico Piras ma trattiene ancora Antonio Morlè. Neanche Artabro è riuscita a individuare i suoi resti. Specializzata in indagini subacquee, ispezioni e ricerche di relitti, la nave spagnola che opera con un drone subacqueo non ha prodotto gli effetti sperati e il corpo dell’armatore è ancora disperso. Più passa il tempo, più si fa ingombrante il pensiero che il mare possa aver riservato a Morlè lo stesso, tragico destino di Pino Morlè, suo parente e grande amico di Enrico Piras, inghiottito durante una battuta di pesca subacquea del 31 agosto 1985 nelle acque cristalline degli Scogli Rossi. Il peschereccio Luigino è stato ritrovato, ma non verrà recuperato: troppo esosi i costi e in più verrebbe messa a repentaglio la vita di chi dovrebbe operare. La videocamera controllata da remoto l’ha ispezionato a lungo, confidando nell’ipotesi della prima ora, ossia che Morlè si trovasse nella sala motori per accertare l’origine dell’avaria del peschereccio.

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