Pechino. «Il distacco del ghiaccio – spiega la climatologa del Cnr Marina Baldi – è senz’altro stato causato dal riscaldamento globale. Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate». Il fenomeno, secondo Baldi, potrebbe ripetersi se dovesse cederne anche la restante parte: i rischi per la popolazione sopravvissuta, quindi, sono tuttora persistenti.
Baldi sostiene che il fenomeno che si è verificato tra Nepal e Tibet può essere classificato come alluvione, purchè se ne sottolineino i concomitanti eventi: si tratta della fusione del ghiaccio e della frana con il crollo dei detriti, mentre la scossa di terremoto determinata dal crollo del ghiacciaio è stata ininfluente nella formazione della gigantesca frana. A confermare che il sisma è stato una conseguenza del crollo, e non viceversa, è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, alla luce delle ultime analisi dei dati sismici e delle immagini satellitari. «Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola e il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha travolto gli insediamenti a valle», spiegano gli esperti Ingv. Le successive analisi hanno permesso di attribuire il segnale sismico al collasso del ghiacciaio e alla conseguente colata di detriti che ha liberato un’energia paragonabile a un terremoto di magnitudo, ricalcolata a 5.2.
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