Non parla della Sardegna, ma il ritmo del romanzo con cui Marcello Fois ha vinto la 64ª edizione del Campiello con 83 voti, contro gli 80 del secondo classificato Alcide Pierantozzi, è sempre quello fervido e coerente d’una sardità poetica e incorruttibile che guarda al mondo con affinità di sentimenti. «Ci sono diversi piani di lettura: c’è la storia, e la saga famigliare, ed è anche un romanzo sulla scrittura e quindi, sotto molti aspetti, ha la presunzione del classico», riassume Fois, emozionato ma con voce ferma.
Vincitore con “L’immensa distrazione” (Einaudi, 288 pp. 19,50 €) nello splendore del Palazzo del cinema, dove per la prima volta s’è svolta la finale al Lido di Venezia, l’autore nuorese ha dedicato il premio alla memoria della scrittrice Michela Murgia («donna bellissima, tutt’altro che livorosa, molto resiliente») e della fotografa Daniela Zedda, grande ritrattista della cultura sarda e firma prestigiosa del nostro giornale.
Ambientato in Emilia Romagna, questo intenso romanzo sembrerebbe aprire una nuova fase nella sua attività letteraria. Ma non è un addio alla Sardegna patria d’origine di cui ha scritto in tanti libri («resterò sardo ovunque mi trovi»), bensì una dimostrazione d’affetto alla terra dove ha scelto di vivere: una regione ricca e godereccia, che prosperare su tre realtà: «Porco, parmigiano e argilla» (ovvero piastrelle). Ettore Manfredini, 95 anni, ricco proprietario di un impero industriale ricavato da un piccolo mattatoio kosher nella campagna modenese, acquisito da ragazzo a seguito delle leggi razziali, la mattina del 21 febbraio 2017 passato a miglior vita, galleggia in una pre-morte riflessiva. Il memoriale di rimpianti s’intreccia alla storia del Novecento, ad emotività imperturbabili e assenze psicologiche nel contesto della famiglia in cui s’annidano colpe e drammi maturati nella «immensa distrazione» della vita.
Da quali ricordi, persone e sensazioni nasce e la figura di Ettore Manfredini?
«Ettore Manfredini è un insieme di faccende, un po’ letteratura e un po’ vita. C’è il lato autobiografico, che spetta a un signore che ha smesso di essere un “giovin scrittore” e deve fare i conti con la sua età e con la sua realtà; e poi c’è l’esperienza che si assume anche attraverso la lettura di cose apparentemente impossibili come ragionare sulla propria morte prima che questa avvenga».
Una sorta di veloce ripasso generale.
«Ettore Manfredini non ha un grande controllo sulla quantità delle cose che gli piovono in testa in questi pochi secondi, quando in seguito al decesso anche il cervello si spegne. Questa cosa l’ho appresa leggendo qualche anno fa un articolo: uno scienziato americano aveva scoperto che il cervello dopo il decesso per trenta secondi, un minuto al massimo, continua ad avere un’attività frenetica, strepitosa. Ho provato a inventarmi quell’attività brulicante che cerca in qualche modo di aggrapparsi, spiegarsi e rendersi conto delle figure che si stagliano nell’oscurità.»
Storia di una famiglia ma anche un ritratto del Novecento?
«Sì, è un romanzo sul Novecento, sulla storia reale, sull’illusione che il Novecento sia morto, ma in realtà noi ci siamo dentro. È un secolo che ha prodotto e sta producendo una marea di mostri, e li abbiamo sotto gli occhi in questo momento. Tutto quello che è successo o sta succedendo in questo primo quarto del XXI secolo, sono sussulti del Novecento che ancora freme per altri trenta secondi come un cervello non ancora defunto».
La famiglia resta la cellula sociale primaria?
«La famiglia come territorio di esperienze è perfetta da questo punto di vista: in poco spazio puoi raccontare le guerre, le alleanze, le sconfitte, le vittorie e gli abusi. I Manfredini sono una famiglia cardine del Novecento italiano. Si sono fatti ricchi non del tutto chiaramente, hanno coltivato un segreto orribile e sotterraneo di cui nessuno parla, e tuttavia hanno scavalcato il secolo in grande prosperità. Questo è un romanzo in cui le generazioni si vogliono bene alternativamente. I nonni vogliono bene ai nipoti ma i genitori non hanno dei grandi rapporti con i figli, forse perché è più facile fare i nonni che i padri. L’affetto tra il nonno e il nipote è una specie di gioco sul potere evocativo delle parole. Di fatto i Manfredini sono carnibali perché la loro ricchezza viene dalla carne. Non cannibali, secondo il modo d’intendere di Ettore. È come la leggenda del Golem: basta cambiare una parola e il Golem si personifica e si vendica.»
Il Macello, chiaro riferimento al dramma degli ucraini e dei palestinesi.
«Senza dubbio. Oggi, in virtù di una memoria coltivata in maniera univoca, l’abusato sta diventando abusante. È questo è gravissimo. Tutte le paci, tutte le tregue sono bene accette e mi fanno sospirare di sollievo, ma una pace o una tregua non azzerano l’abuso. È sull’abuso che stiamo combattendo. E su di un termine che si gioca tutta la faccenda, il che è incredibile perché anche in questo romanzo tutto si gioca su un termine che è stato trasformato. È evidente che le parole sono più importanti di quanto pensiamo e forse non è secondario stabilire se a Gaza c’è stato un genocidio».
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