Delitto Mameli.

I testimoni del non ricordo 

Nessuno dei presenti alla rissa ha detto di aver visto il fendente 

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Altra udienza, altri testimoni, stessa nebbia sui ricordi. Ieri mattina, in Corte d’assise a Cagliari, nel processo per l’omicidio di Marco Mameli, il 22enne ucciso con tre coltellate durante la festa di carnevale del primo marzo 2025 a Bari Sardo, sono sfilate altre persone presenti quella sera. Nessuno, ancora una volta, ha detto di aver visto il fendente mortale con il quale, almeno secondo l’accusa, Giampaolo Migali, 28 anni di Girasole, avrebbe ucciso l’altro giovane. E non ha visto nulla nemmeno Agostino Fancello che, stando a quanto ha raccontato ai giudici, è passato per caso vicino a due che sembravano abbracciati, scoprendo dopo di aver un taglio sul dorso della mano.

Le testimonianze

«Ho visto due abbracciati che mi sembrava stessero giocando, uno aveva un pigiama mi pare viola», ha esordito il testimone, «Sono passato accanto e ho sentito un colpo. Dopo, alla luce, ho capito che avevo un taglio sul dorso della mano. Ma era un taglietto, niente di grave. Non ho visto né coltelli né chi lo impugnava». Incalzato dalle domande dalla pm Giovanna Morra, ma anche con varie richieste di chiarimento da parte della Corte, il testimone ha ripetuto di non aver riconosciuto nessuno, tanto meno l’imputato. Non solo. Ha detto anche di non aver visto coltelli né cosa l’abbia ferito, anzi di aver scoperto che sul dorso della mano c’era un taglio solo dopo un po’. Più volte la presidente Lucia Perra, con a latere il collega Roberto Cau, ha ammonito il testimone di raccontare ciò che aveva visto, convinta che non fosse credibile che, chi è stato colpito in prima persona, non conservi alcun ricordo nitido di quanto accaduto. Ma Agostino Facello è rimasto saldamente sulla sua posizione, ribadendo di non aver visto e che, a ferirlo, possa essere stata una spada o comunque un altro oggetto di metallo.

Nessun ricordo

Stesso copione con Pierluigi Fancello, il giovane che la notte dell’omicidio diede un passaggio all’imputato fino a Girasole e poi rimase con lui in un locale. A più riprese ha ribadito di non aver mai parlato della vicenda con Migali, né quella notte né nei giorni seguenti. «Avete parlato?», gli è stato chiesto. «No, perché meno so, meglio sto», ha risposto. Il testimone ha anche detto che si sarebbe innescata una rissa e che l’imputato sarebbe stato ripetutamente percosso. Sul tavolo della Corte restano intanto le registrazioni realizzate nelle settimane successive al delitto da Andrea Mameli, il padre della vittima, che con indagini personali aveva avvicinato uno a uno i ragazzi presenti quella notte (non Pierluigi Fancello), nel tentativo di rompere il muro di omertà. Il materiale potrebbe rivelarsi decisivo. Migali è difeso dalle avvocate Francesca Ferrai e Maria Leonida Cadoni, mentre la famiglia del giovane ucciso è costituita parte civile con il legale Gianluigi Mastio. Costituito con l’avvocato Giampaolo Pilia anche Andrea Contu, un giovane rimasto ferito che Migali ammette di aver accoltellato.

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