Hormuz. I pasdaran chiudono lo Stretto di Hormuz, rotta strategica per il trasporto marittimo di petrolio, da sempre utilizzata dall’Iran come merce di scambio nello scacchiere geopolitico e oggetto di ripetute minacce nei momenti di crisi più grave. Lo stretto è un corridoio vitale che collega il Golfo con i mercati in Asia, Europa e Nord America, definito dall’Energy information administration statunitense (Eia), «uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo». A passarci è circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno. Stesso dicasi per il gas: circa un quinto del commercio mensile di gnl ha transitato attraverso Hormuz nel 2024, principalmente dal Qatar. Oltre l’80% del petrolio e del gas che attraversano lo stretto è destinato ai mercati asiatici. Non a caso oltre agli Stati Uniti la Cina - prima beneficiaria delle esportazioni energetiche iraniane - risulterebbe tra i Paesi più danneggiati da una chiusura prolungata. Ma Hormuz è un passaggio fondamentale anche per l’Iran: gli analisti hanno più volte definito un potenziale blocco dello stretto un vero e proprio suicidio per il Paese. Invece Riad e Abu Dhabi, sulla scorta delle continue minacce iraniane, da anni hanno in parte dirottato il traffico di greggio via terra, passando per gli oleodotti che, nel caso saudita, tagliano il regno dal Golfo a est fino al Mar Rosso a ovest e, nel caso emiratino, aggirano Hormuz passando alle sue spalle verso l’Oceano Indiano. La capacità di transito alternativa rimane però limitata: circa 2,6 milioni di barili al giorno, secondo l’Eia.
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