Non c’è stata memoria per loro, né giustizia. Sono restate due ombre sfocate ai margini di una storia già considerata di per sé minore e marginale. Fatti che Cagliari e la Sardegna hanno sempre messo nel cantuccio o derubricato a una sommossa per la pagnotta privando i moti popolari del maggio 1906 del loro epocale valore politico, sociale e sindacale. E loro sono finiti nell’oblio. Chi? Le due giovani vittime morte sotto il fuoco delle fucilate con cui l’esercito regio spense lo sciopero che unì trentamila lavoratori e le lavoratrici all’ombra del Saint Remy. Non c’è un luogo che li ricordi, una targa, uno studio approfondito e quindi un cantuccio nella memoria collettiva. Eppure il loro sacrificio fu macroscopico: morirono perché chiedevano pane, prezzi calmierati, ore e condizioni di lavoro umane. Morirono ragazzini. E per onorarli non resta che partire dai loro nomi: Giovanni Casula e Adolfo Ignazio Sebastiano Caulino noto Cardia .
Grande Storia
Questo giornale, in occasione dei 120 anni dalla rivolta del maggio cagliaritano, la scorsa settimana ha intrapreso un cammino volto a far luce sulle quattro giornate della protesta di piazza. Il professor Marco Pignotti (storico dell’Università di Cagliari) ha aperto le danze dando allo sciopero sardo una connotazione su scala nazionale, la pessima gestione della protesta fece cadere il governo Sonnino. Ora stringiamo la nostra attenzione su chi, spinto da ideali di parità e giustizia sociale, ma anche da una fame lacerante, aderì alla protesta e ingrossò le fila dei manifestanti.
Una fucilata alla fronte
Il primo a morire fu Cardia . Così lo chiamavano gli amici del mercato civico del largo Carlo Felice. Ma all’ufficio dell’anagrafe era stato registrato come Adolfo Ignazio Sebastiano Caulino in data 21 gennaio 1888. Si legge negli atti «nato in via Osteria, figlio di una donna che non concede di essere nominata». Lo registra la vicina di casa Maria Porcu, è dunque figlio di ignoti e forse gli viene dato il cognome di Caulino come a volte accadeva agli orfani: nato sotto un cavolo. Cardia si trova con gli scioperanti davanti alla Stazione delle ferrovie, i manifestanti scagliano pietre, l’esercito spara. Una pallottola lo colpirà in piena fronte. Morirà all’istante il 14 maggio 1906, all’età di 18 anni.
Sparato mentre fuggiva
Fuggiva (forse), il suo amico Giovanni Casula perché a ferirlo fu una fucilata alla schiena. Giovanni Casula era un muratore. Figlio di Giuseppe e di Efisia Deiana, era nato in città il 9 aprile 1890, in casa, nel corso Vittorio Emanuele. Morirà all’ospedale San Giovanni di Dio il giorno dopo il ferimento, il 15 maggio 1906. Aveva 16 anni.
Il ricordo de L’Unione Sarda
Scrisse di loro L’Unione Sarda del 17 maggio 1906: “Stamane, all’una, dall’ospedale è partito il triste convoglio che ha trasportato al cimitero le due vittime dell’eccidio della stazione: Giovanni Casula e Adolfo Cardia. I morti erano scortali da una guardia di P. S.” Tutto qua. Da questo momento i due escono dalla storia.
I feriti gravi
L’Unione Sarda del 17 maggio 1906 però porta alla luce l’elenco dei principali feriti, anche loro sono finiti nel dimenticatoio. Ecco i loro nomi, chissà se fra i lettori di oggi qualcuno individuerà un proprio avo che lottò per rendere migliore la città in cui viviamo. Nel riportare solo una parte del lunga lista pubblicata dal giornale, non solo salta agli occhi la violenza riservata alla protesta cittadina ma anche il silenzio che cala sul destino dei feriti più gravi di cui più nulla pubblicamente si saprà. Fra loro “Trogu Serafino, d’anni 44, ferito d’arma da fuoco alla regione epigastrica; versa in pericolo di vita”. E ancora: “Coni Mario, d’anni 33, guardiano allo stagno di Santa Gilla, ha riportato le seguenti ferite: ferita prodotta d’arma da fuoco alla regione della scapola e frattura delle costole con probabile penetrazione del proiettile in cavità, perforazione della scapola e frattura delle costole con probabile penetrazione del proiettile in cavità, ferita prodotta d’arma da fuoco in corrispondenza dell’angolo sinistro della mandibola, ferita d’arma da fuoco in corrispondenza della regione occipitale, ferita da taglio alla coscia destra e ferite multiple d’arma da fuoco ad entrambe le gambe prodotte da scarica di cartuccia a mitraglia. Versa in pericolo di vita”. In sostanza fu macellato vivo. Spicca “Pettinau Lorenzo. d’anni 40 circa, con ferita prodotta d’arma da fuoco penetrante il torace e ledente il polmone. Trovasi in stato grave” e con lui “Panni Umberto. pescatore, con ferita d’arma da fuoco al fianco sinistro penetrante in cavità. In pericolo di vita". Nonché ”Manca Enrico, d’anni 16 seggiolaio, con ferita prodotta da proiettile alla regione laterale esterna del ginocchio sinistro. Riservata la prognosi”.
Gli altri feriti
Non furono solo due schioppettate. Che le forze dell’ordine andarono giù duro emerge dall’elenco che il cronista redige con grande meticolosità. Tra le righe: “Murru Agostino, d’anni 29 calzolaio, con ferita prodotta da arma bianca alla spalla sinistra. Riservato il giudizio. Pretta Attilio, d’anni 42, fabbro, con ferita al braccio destro. Riservata la prognosi. Alberti Ruggero d’anni 16, con ferita alla coscia destra prodotta da arma bianca. Lubrano Elisio, d’anni 24, pescatore, con ferita al braccio sinistro prodotta da arma da fuoco. Paba Nicolino di Raffaele d’anni 22 da Cagliari con ferita da punta alla regione ipotenare destra prodotta da un colpo di baionetta. Biancardi Pietro di Giacomo d’anni 50 da Cagliari tipografo, con ferita prodotta d’arma da fuoco attraversante il bicipite del braccio sinistro ed un’altra ferita prodotta pure da arma da fuoco a strisciamento al deltoide destro. Meloni Luigi, d’anni 60, lavandaio da Cagliari, con ferita prodotta da arma da fuoco al ginocchio destro. Giordano Francesco, di anni 27, pescatore, con ferita prodotta da arma da fuoco al fianco sinistro. Lerci Ferruccio, d’anni 22 da Cagliari, rivenditore di gelati con ferita prodotta da proiettile alla regione malleolare destra. Trudu Giuseppe, d’anni 33 da Cagliari, muratore, con ferita prodotta da proiettile alla regione lombare”.
I suicidi in carcere
C’è un ultimo aspetto che meriterà un ulteriore approfondimento da parte degli storici. In un’intervista al settimanale milanese La Folla del 5 aprile 1914, l’ex segretario della Camera del lavoro di Cagliari Efisio Orano afferma che fra i 700 arrestati (fra cui lui), a causa della lunga e durissima carcerazione in attesa di giudizio (14 mesi), «… una quindicina si sono impiccati pieni di gioventù e fierezza».
Su di loro la nebbia dell’oblio è ancora più fitta.
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