La storia

«I lager sono ancora il mio incubo» 

Ignazio Meleddu, 103 anni, è stato prigioniero nei campi di concentramento 

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La guerra, la prigionia in Austria fino al ritorno in Sardegna. A 103 anni, compiuti lo scorso 22 febbraio, Ignazio Meleddu continua a raccontare e ricordare in modo lucido l’oltre secolo di vita trascorso. «La testa funziona, sono le gambe che non vanno più», dice col sorriso.Nato a Laconi nel 1923, dal 1962 abita a Cagliari, dove recentemente ha festeggiato il compleanno con tutta la famiglia: i figli Gianfranco e Carlo, quattro nipoti e cinque pronipoti. «Quanti sono? Ormai ho perso il conto», scherza. Con loro anche la badante: «Ormai è una di famiglia», dice il figlio Gianfranco. «Il segreto per vivere così a lungo? Mangiare poco e non bere alcolici», spiega Ignazio, «non mi sono mai piaciuti, nemmeno da ragazzo». «Però il giorno del tuo compleanno un goccio di prosecco l’hai bevuto», gli risponde il figlio.

Le passioni

Parla quattro lingue (italiano, sardo, francese e tedesco), ha guidato fino ai 96 anni ed è un grande appassionato di fotografia e musica. Nel suo soggiorno si intravede anche un pianoforte, ma «da quando è scomparsa mia moglie nel 2008 non l’ho più suonato». Oggi passa le sue giornate tra televisione, computer e la lettura dell’Unione Sarda. «Sul pc mi piace vedere i panorami dei luoghi che ho visitato su YouTube oppure guardare film, come quelli di Bud Spencer». Non mancano i libri. «Sono i miei amici», ripete. Continua a leggere, anche a 103 anni, senza occhiali. «Vede meglio di me», racconta Gianfranco. Tra le mani Ignazio stringe proprio il suo libro, “Il viaggio della mia vita”, scritto interamente al pc e che racconta la sua esperienza durante la Seconda guerra mondiale, quando finì prigioniero.«Ho sofferto parecchio», racconta, «i tedeschi ci hanno portato in un campo di concentramento. È stato un incubo, la mia famiglia a casa non sapeva nulla di me e io non sapevo nulla di loro».

Il soldato

Si era arruolato a 17 anni da volontario per liberarsi del servizio militare e poter lavorare in ferrovia. È partito nell’ottobre del ‘40 ed è tornato nel febbraio del ‘41. «Nel viaggio di ritorno ho avuto la meningite e sono finito in coma per due giorni. Dopo un periodo di convalescenza sono rientrato in Sardegna». La permanenza nell’Isola però dura poco. Riparte subito per la guerra e tornerà a casa nel 1945. «Ci hanno catturato i tedeschi in Albania», prosegue, «ci chiedevano “Venite con noi o tentate la sorte?”, ma del nostro gruppo nessuno accettò di andare con i tedeschi».

Meleddu fu così portato in un campo di concentramento in Austria, dove finì a spalare carbone. «Finsi di zoppicare e gli mostrai una vecchia ferita. Me la feci quando avevo 15 anni in miniera». Grazie a quella scusa riuscì a farsi trasferire in una famiglia agricola per lavorare i campi. «Quando finivo trovavo la tavola imbandita e lenzuola pulite. Avevano l’ordine di chiudermi a chiave dentro la stanza ma non l’hanno mai fatto. Si erano subito affezionati a me e infatti dopo la liberazione ci siamo scambiati lettere e sono tornato a trovarli».

Di nuovo a casa

Alla fine della guerra Ignazio Meleddu tornò finalmente in Sardegna, a Nurallao dove viveva allora la famiglia. «Cercai subito lavoro, per fortuna a quel tempo ce n’era», prosegue, «ho lavorato al Coghinas, a Oschiri e qui a Cagliari fino ai 50 anni. Poi sono andato in pensione, sfruttando uno scivolo dell’Enel. Da lì ho iniziato a fare tante cose».

I viaggi, la fotografia, la musica e il giardinaggio. «Si è sempre dato da fare», dice il figlio Gianfranco, «per noi è sempre stato un padre presente. Ammiriamo la sua grande determinazione». Nel 2021 Ignazio Meleddu ha ricevuto anche la Medaglia d’onore concessa ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti. La conserva e la mostra con orgoglio prima di tornare al suo libro: «Continuo a leggerlo per non dimenticare che cosa ho passato». Rigorosamente senza occhiali.

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