Milano. Novanta giorni per fermare l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Il decreto della Corte d'Appello di Milano arriva nella fase più delicata della vertenza siderurgica, la trattativa per la cessione degli asset del gruppo, e alla vigilia del confronto tra governo e sindacati. Una decisione che modifica lo scenario industriale e occupazionale del polo tarantino, sul quale sono concentrate le offerte del fondo americano Flacks Group e del gruppo indiano Jindal. I giudici della sezione specializzata in materia d’impresa hanno accolto il reclamo presentato da dieci aderenti all’associazione Genitori Tarantini e da un bambino affetto da una rara mutazione genetica, stabilendo che l’attività dovrà essere sospesa entro tre mesi se non sarà «rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti» e non saranno adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno».
Convocato d’urgenza a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato al volo un nuovo finanziamento da 100 milioni per preservare la continuità operativa del comparto a freddo. La sentenza «è un fatto che stravolge una fase di cessione che era abbastanza avanzata, direi prossima alla definizione con la controparte, e che in questo momento cambia completamente le condizioni della vicenda», dice il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il governo tenta di blindare il perimetro industriale non toccato dal blocco immediato, ricalibrando l’assetto della vendita. Il confronto di oggi con i sindacati diventa la sede in cui cercare garanzie per migliaia di lavoratori che vedono riattualizzato l’incubo della disoccupazione o della cassa integrazione a oltranza. Le sigle metalmeccaniche, già in stato di massima allerta, chiedono con forza che la tutela dell’ambiente e della salute pubblica non si traduca nell’ennesimo smantellamento sociale.
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