Il dibattito

«I genitori non sono padroni dei loro figli: i bimbi hanno diritti» 

Braina: i servizi sociali nella casa del bosco? Intervento giusto nell’interesse dei minori 

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«Questa storia è la fotografia dell’Italia di oggi. Di chi parla e giudica senza conoscere, e dell’attacco indiscriminato a una categoria, screditando il lavoro di migliaia di persone, di servitori dello Stato».

Dopo Garlasco è la storia che in questi ultimi giorni ha colpito di più l’opinione pubblica.

«Giusto per chiarire: i genitori non fanno ciò che vogliono del bambino, perché il figlio non è di loro proprietà. Il diritto di educare si accompagna al dovere di tutelare il diritto del bambino all’educazione».

E cioè?

«La questione è che i bambini siano educati all’interno del contesto nel quale viviamo. Non puoi fare quello che vuoi con tuo figlio. Se applichi questo principio, puoi anche mandarlo a lavorare a nove anni, se lui è felice, o no?».

Lorenzo Braina è un approdo sicuro per chi si dispone a comprendere cosa succede quando certe questioni coinvolgono i bambini e i genitori, famiglie scucite e da ricucire. Scrittore e pedagogista, collabora con diversi enti e tiene corsi e conferenze per genitori fino nel più piccolo paese dell’Isola. È uno che ha il polso delle famiglie, in Sardegna, sicché non si può non domandargli cosa ne pensa della storia che arriva da Chieti, quella della casa nel bosco, i genitori neo-rurali e i bambini portati in comunità per disposizione del tribunale per i minori dell’Aquila. «Si dimentica che i servizi sociali sono intervenuti dopo la segnalazione dei medici dell’ospedale dove i bambini sono arrivati con un’intossicazione da funghi. Una volta che arriva una segnalazione si è tenuti a fare un’indagine, altrimenti c’è l’omissione di atti d’ufficio. Ma il problema, in questa storia, è che questi genitori si sono rifiutati di ascoltare».

L’hanno vista come un’ingerenza nella libertà di scelta educativa.

«Davanti a tutto c’è il superiore interesse del bambino. Ma veramente si può pensare che il tribunale per i minori e gli assistenti sociali siano una controparte? Alla fine questi genitori hanno riconosciuto che così non è (ieri hanno convenuto che col tribunale “abbiamo un fine comune”, ndr ). Ma nel frattempo è passato un messaggio devastante con una possibile conseguenza...».

Quale?

«Che nessuno farà più una segnalazione. A un assistente sociale chi glielo fa fare? Basta che si giri dall’altra parte facendo finta di non vedere, e migliaia di bambini abusati tutti i giorni non verranno segnalati perché tanto “l’assistente sociale e il tribunale sono il nemico”. E farebbero bene, visto l’odio che gli è arrivato addosso. Ma perché invece intervengono? Perché si prendono cura dei minori».

Uno dei problemi sollevati sono le condizioni della casa. Ma quanti di noi sono cresciuti in case senza riscaldamento, magari con l’umidità o il bagno fuori?

«Che tempi erano, vogliamo dire fino agli anni Settanta? Beh, allora i bambini venivano picchiati con la pompa, li si legava ai termosifoni...».

Migliaia di bambini, oggi, vivono in case malsane.

«Vero, ma è la politica che deve dare servizi. Perché non ci sono risorse per queste famiglie? Perché non ci sono più case di edilizia pubblica? Ma, attenzione, non si deve cadere nel benaltrismo, la litania di chi dice “Con tutto quello che succede, vi occupate di questa famiglia?”».

Quali sono i diritti prioritari del bambino?

«Nutrimento, calore e sicurezza fisica, cure affettive ed educative all’interno del contesto sociale nel quale sono inseriti».

Tutti i vicini hanno detto: “Questi bambini sono educati, sereni e socievoli”.

«Ma cosa c’entrano i vicini? I vicini sono gli stessi che, quando un uomo uccide una donna, dicono che non l’avrebbero mai creduto possibile perché lui sembrava tanto “una brava persona”».

Lei collabora spesso coi Comuni e coi servizi sociali. Le è mai capitato di occuparsi di un caso simile?

«No, ma come educatore domiciliare ho avuto modo di intervenire in tante situazioni».

Chi è l’educatore domiciliare?

«Sono esperti che i servizi sociali mandano a casa delle famiglie in accordo con le famiglie stesse per sostenerle nel ruolo educativo. Posso citare il caso di una ragazza madre con un ritardo grave. Eravamo due educatori, ci alternavamo per darle supporto tutti i giorni. Naturalmente c’era anche la rete familiare».

In un caso come questo da lei citato non viene tolto il bambino?

«Portare via un bambino è sempre l’estrema ratio. Nessuno parte con questo intento, anche perché, e dico una cosa brutta, mantenerlo in struttura costa tantissimo ai Comuni. Si interviene solo quando una famiglia non accetta l’aiuto dello Stato che ha interesse a tutelare, a proteggere, il minore».

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