L’iniziativa.

I detenuti diventano libri: «Ecco chi siamo» 

Dai fallimenti alla cocaina, dai pregiudizi alle rivincite: «Ascoltate le nostre storie» 

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Sui banchi dei Giardini pubblici di Cagliari, sabato pomeriggio, i libri non hanno pagine. Hanno una voce, due occhi e una storia. Sono i detenuti del carcere di Uta, seduti accanto ai passanti come amici, pronti a raccontarsi senza filtri. È l’evento di TuttoMondo, un progetto dell’associazione Prohairesis che trasforma i detenuti in libri umani: chiunque può sedersi accanto a loro e ascoltare per 20 minuti. Niente palco, niente distanza. Solo due persone su una panchina.

Le cadute

«La mia vita va avanti con le disgrazie», dice un uomo sulla quarantina. Ha sempre lavorato o ci ha provato: marina militare a diciassette anni, boscaiolo, militare di leva, gelatiere in Germania, operaio in Liguria. Una vita fatta di tentativi e di ostacoli. «Non so se sia il destino. Ogni tentativo si è ridotto a nulla. L’ultima volta in Svizzera mi sono venuti addosso con la macchina», sei mesi di convalescenza. «Ho perso di nuovo il lavoro». A quel punto è arrivato lo spaccio di cocaina. «Soldi facili, e purtroppo quando ci cadi non riesci più a uscirne». È entrato in carcere nel 2020. Oggi, nel 2026, è ancora lì. «Un po’ me le sono cercate, ma la vita mi ha sempre portato a fare male». Ha tre figli, una di diciotto anni che sta per diplomarsi. Di pregiudizi, dice, in faccia non ne ha mai sentiti. Sui social qualcosa è arrivato. «Prima o poi ci cadono tutti». Ma lui non si nasconde. «Il mio libro parla della mia storia e non ho nulla da nascondere».

Gli errori

Su un’altra panca siede un uomo di quarant’anni. Parla poco, sceglie le parole con cura. «Purtroppo ci sono tanti pregiudizi», dice, «nella vita si sbaglia e noi stiamo pagando». Di questo progetto apprezza soprattutto una cosa: la possibilità di farsi conoscere per quello che è, non per quello che ha fatto. «Per noi è una possibilità in più per reinserirci nella società». E quando gli si chiede cosa gli manca di più, la risposta arriva senza esitazione. «La mia famiglia è tutto. Sono le cose che davvero ti mancano, del resto ne puoi fare a meno».

Parlare con gli uomini

È la terza volta che Prohairesis porta il progetto in Sardegna. «Nei primi dieci secondi parli con un carcerato», dice Saverio Gaeta, presidente dell’associazione. «Poi ti accorgi che stai chiacchierando con un uomo». Il progetto nasce dalla sua sensibilità culturale: teatro e letteratura come strumenti di catarsi e psicoanalisi, e si porta dietro mesi di lavoro dentro le mura del carcere, con laboratori in cui i detenuti hanno scelto liberamente cosa raccontare. Non necessariamente la propria esperienza detentiva. «Il carcerato è tante cose», dice Gaeta. «C’è quello che per la storia alle spalle ci è finito, e anche chi ha vissuto una storia opposta. Dobbiamo smettere di pensare che quella risposta facile, che ti fa stare a casa tranquillo, sia la verità». La biblioteca vivente si chiude alle venti. I libri tornano ad essere detenuti, i passanti tornano ad essere passanti. «Qualcuno si aspetta davvero di essere folgorato», aggiunge Gaeta. Spesso, racconta, succede.

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