Buio improvviso, la Sardegna in blackout non solo sotto la pioggia. Il meteo c’entra, ma il problema è la rete. Alfonso Damiano, professore di Ingegneria elettrica ed elettronica all’Università di Cagliari, spiega su Videolina, Radar. la situazione sarda: «Superficie molto vasta, popolazione concentrata nelle aree urbane. Serve una distribuzione capillare di fronte all’evoluzione dei servizi».
Quindi rete da rivedere?
«Era stata progettata per fornire un servizio dalla produzione verso l’utilizzazione. Adesso viene sottoposta a sollecitazioni molto forti, attive e passive. In ingresso e in uscita. Sono cambiati i carichi, cioè la domanda e la forma di energia. E la struttura non è adeguata. Una situazione abbastanza complessa».
Ingresso o uscita, per il buio non c’è stato preavviso.
«Con le nuove funzioni la rete deve essere più sicura e affidabile. Ma anche alcune apparecchiature devono essere rinnovate, soprattutto in periferia dove la domanda di carico è inferiore».
Per questo le interruzioni “cittadine” sono state più brevi?
«Il meteo estremo ha evidenziato criticità nei piccoli centri. Lì la mancanza di strutture automatizzate spiega i numeri».
Se il punto è la distribuzione, c’è un collo di bottiglia con la trasmissione?
«Sulla distribuzione sono previsti grossi investimenti, parliamo di miliardi, perché è fondamentale per la corretta funzionalità del sistema. I numeri parlano chiaro: in Sardegna, sulla rete di distribuzione, abbiamo circa 40.000 chilometri di linee in bassa tensione, 20.000 in media, 10.000 stazioni di conversione. Sulla trasmissione i numeri sono notevolmente più bassi. Abbiamo 4.000-4.500 chilometri di linea e 30 cabine di trasformazione. Se la rete viene realizzata secondo le nuove logiche di gestione, non diventa un collo di bottiglia».
E allora come si procede?
«È ovvio che ammodernare una rete di distribuzione è più complesso e serve più tempo. Quindi si va secondo un ordine di priorità. Si parte da dove il carico risulta maggiore».
Si dice che i lampioni spenti siano un indice di fragilità della rete.
«Non c’entra nulla. La rete è grande, ha bisogno di investimenti anche di filiera e di supporto umano. Il numero degli operatori sul territorio si è ridotto, serve personale formato. E poi c’è la filiera delle forniture con la sua tempistica».
Un altro limite?
«Se da una parte abbiamo necessità di fare in fretta, dall’altra, pur avendo le risorse, non è facile rispettare i tempi».
La rete è una priorità ma acceleriamo sulle rinnovabili. Non è una contraddizione?
«Era da preventivare. Sono fenomeni che nel mondo accademico non ci stupiscono. È evidente che il settore distribuzione era quello più critico. Ma viste le tempistiche di altri obiettivi si è puntato sulla via più semplice».
Ovvero la rete può attendere.
«Con queste dimensioni ha bisogno di tempo per essere implementata».
Esempio, si fa prima con Tyrrhenian Link.
«Esatto, è più semplice. La distribuzione presenta problemi più complicati, servono molte risorse umane per progettare, realizzare, installare».
Prima il cavo per la “stabilità del sistema”. Ovvero?
«Parliamo prevalentemente del sistema di trasmissione nazionale. Un’infrastruttura critica che ha, appunto, valenza nazionale. La trasmissione connessa alla grande generazione. La distribuzione invece è un servizio».
Ma restano due infrastrutture pubbliche. Serie A e serie B?
«Pubbliche, certo. Ma la distribuzione è data in concessione, gestita da operatori di mercato».
Mercato su valori strategici. Ci risiamo.
«Posso concordare, dovrebbero essere pubbliche entrambe. Ma contano i regolamenti Ue. Quando il nostro sistema era nazionalizzato, non c’erano differenze tra generazione, trasmissione, distribuzione. Avevamo livelli di qualità tra i migliori in Europa».
Il solito “si stava meglio quando si stava peggio”?
«No, questo no. La situazione è totalmente cambiata. Ma la distribuzione resta l’infrastruttura sotto maggiore stress».
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