Ogni giorno al calare del sole l’Hotspot di Monastir rischia di diventare senza padroni. Gli oltre 500 stranieri ospitati nel centro di identificazione e accoglienza possono in teoria fare di tutto. Sia fuori che dentro la struttura. Nel cuore della notte le fughe di migranti non ancora registrati dalle forze dell’ordine non si contano più. Ma neppure all’interno del complesso la situazione è sotto controllo, visto che nei locali del centro hanno già trovato posto due “bazar” clandestini, dove da tempo, denuncia il segretario del sindacato di Polizia Asip, Flavio Tuzi, «si vende di tutto».
Paura
Da qui l’allarme rilanciato anche ieri: «Chi controlla davvero la struttura quando la vigilanza viene meno, e il centro rischia di diventare terra di nessuno?», si chiede Tuzi. «Esiste una nuova organizzazione che si sta radicando tra i richiedenti asilo e che può alimentare fenomeni di criminalità, sfruttamento e persino aree di potenziale radicalizzazione?».
I timori dell’Asip si fondano sulla pura statistica. «In queste strutture le situazioni sono molto simili in tutta Italia», prosegue Tuzi. «Dodici agenti in servizio per vigilare su cinquecento persone non possono bastare. Il rischio che la situazione degeneri è altissimo».
Richieste
Per questo il sindacato in una lettera al ministro dell’Interno e al capo della Polizia ha chiesto «l'invio urgente di almeno venti operatori da assegnare al Reparto Mobile di Cagliari, garantendo così forze fresche, continuità operativa e un’adeguata capacità di risposta alle pesanti sollecitazioni del territorio». Non solo, «a fronte di un carico di servizi enorme e in costante aumento, l’organico attuale è del tutto insufficiente. Il personale è costretto a sostenere turni massacranti, che arrivano a coprire più turni notturni a distanza di pochi giorni, rendendo di fatto impossibile il rispetto dei riposi minimi previsti dalle normative vigenti».
Insomma, per Tuzi il centro di Monastir può diventare una polveriera pronta a esplodere e a danneggiare un intero territorio. «Il modello di accoglienza deve essere fondato su integrazione, legalità, trasparenza e sicurezza. Non sull’emarginazione», conclude il sindacalista.«Quando questi principi vengono meno, a farne le spese sono innanzitutto i migranti onesti, ma anche i cittadini e gli operatori che lavorano con serietà».
I dubbi
Che la presenza del caseggiato alla periferia di Monastir non sia un esempio di integrazione perfetta lo conferma anche la prima cittadina Paola Ugas. «Non mancano le tensioni, ma la speranza è che con il nuovo assetto e la trasformazione da Centro di accoglienza straordinaria a Hotspot di identificazione la vigilanza possa aumentare».
La sindaca, nonostante la costante collaborazione che il paese ha sempre offerto per integrare gli ospiti del centro, ammette che il numero dei migranti sia sproporzionato alla capacità di accoglienza. «È una situazione delicata che ci preoccupa costantemente», dice ancora. «La struttura è sovraffollata e questo viavai incontrollato con il paese può creare problemi».
Il filo diretto con la Prefettura è costante. «Si è sempre dimostrata disponibile», conferma Ugas, «ma da tempo chiediamo più uomini per mantenere la situazione sotto controllo».
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