Il conflitto

Guerra e bollette, l’Isola paga il prezzo più salato 

Stangata da oltre 800 euro per le famiglie sarde In nessun’altra regione si spende così tanto 

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Stangata e beffata. L’Isola, come al solito, quando c’è da pagare il prezzo delle speculazioni energetiche mette mano al portafogli molto più delle altre regioni d’Italia. E poco importa che la produzione elettrica sia di gran lunga superiore al fabbisogno di famiglie e imprese (complice anche l’invasione di impianti eolici e fotovoltaici); in un mercato chiuso come quello sardo gli aumenti incontrollati dei beni essenziali possono essere applicati senza pietà, soprattutto perché a differenza del resto d’Italia non ci sono grosse alternative al trasporto di merci su tir che ora stanno pagando salato il pieno di gasolio.

Triste primato

Gli ultimi dati sulle bollette energetiche consegnano ancora una volta la maglia nera all’Isola, che ha visto una spesa media a famiglia di circa 826 euro all’anno. Di gran lunga superiore ai 738 euro calcolati nel resto d’Italia dall’ultima rilevazione di Facile.it. Un prelievo quindi del 12% più pesante della media nazionale. Un salasso che per la provincia di Nuoro si è limitato a 768 euro, ma nell’Oristanese, invece, ha sfondato il tetto dei 950 euro.

«Lo scenario che si sta delineando in questi giorni, in seguito allo scoppio del conflitto in Iran, non potrà che tradursi in un incremento del prezzo delle materie prime. Per questo motivo, il consiglio è di non abbassare la guardia perché i prezzi sono volatili e, in caso di aumenti improvvisi, chi ha una tariffa variabile potrebbe veder salire le bollette in modo repentino», commentano gli esperti di Facile.it.

Consumatori in trappola

In realtà, guardando i numeri pubblicati da un altro comparatore di offerte come Segugio.it, le tariffe a prezzo fisso proposte da molti operatori sono state sempre più economiche nelle ultime tre settimane rispetto a quelle variabili. Il problema tuttavia è che proprio questo tipo di proposte commerciali che bloccano il prezzo al kwh non sono più vendute dalle compagnie che non vogliono evidentemente accollarsi il rischio di un’impennata eccessiva del prezzo dell’energia.

Doppio balzello

Francesco Porcu, segretario regionale della Cna, intreccia speranza e paura per l’evolversi del quadro economico. «Purtroppo la nostra condizione di insularità ci fa incassare più rapidamente le impennate di prezzo. Un mercato piccolo come quello sardo può essere infatti condizionato più in fretta per mancanza di concorrenza e alternative. Dobbiamo infatti considerare che i trasporti interni delle merci, pressoché totalmente garantiti su camion, risentiranno inevitabilmente del caro gasolio. Ciò significa che l’Isola rischia di essere stangata due volte dallo stesso caro carburanti».

Ecco perché l’auspicio va oltre i ragionevoli desideri di pace. «Speriamo che questo conflitto duri il meno possibile», continua Porcu. «Perché le armi che il Governo può mettere in campo per contenere i rincari energetici devono fare i conti con bilanci pubblici fragili che non possono certo permettersi di rinunciare ai miliardi di euro derivanti dalle accise».
Il quadro più pessimista è perciò non improbabile. «Un aumento dei prezzi, abbinato a una crisi dei consumi, potrebbe avere effetti devastanti sull’economia. Per questo è importante che i mercati finanziari mantengano la calma e non inneschino un caos deleterio».

In ostaggio

Sul tema è intervenuto anche il Centro Studi Insularità dei Riformatori. Lo stesso gasolio che alimenta i tir serve anche a muovere i traghetti che ogni giorno riforniscono di merci la Sardegna e consentono al nostro export di sopravvivere. Ecco perché la richiesta del Centro Studi arriva direttamente al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini affinché renda operativi obblighi di servizio pubblico strutturati sul trasporto marittimo delle merci da e per la Sardegna e la convocazione urgente di un tavolo istituzionale dedicato.

«La Corsica ha risolto, la Sardegna aspetta ancora», dice il responsabile del Centro, Michele Cossa. «La Corsica ha trovato una risposta concreta e strutturale: obblighi di servizio pubblico imposti agli operatori marittimi, con garanzia di capacità minima riservata alle merci, frequenze regolari e tariffe sottoposte a controllo pubblico. Un modello finanziato dallo Stato francese, validato dall'Unione Europea, e che ha prodotto risultati misurabili in termini di competitività del sistema produttivo insulare. La Grecia ha fatto altrettanto. L'Italia, no», dice Cossa. «La Regione non ha prodotto proposte concrete su questo dossier. Il Governo nazionale continua a rimandare ogni responsabilità a Bruxelles. È un gioco con un solo perdente: la Sardegna».

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