Il Focus

Guantoni e talenti, l’Isola  non getta la spugna Sarritzu: aiutiamo le palestre 

Il presidente regionale Federboxe: trasferte e visite mediche pesano su famiglie e palestre, più attenzione dalle istituzioni  

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La tradizione c’è, i talenti anche. E nelle palestre sarde continuano a entrare ragazzi attratti da uno sport che, dietro i guantoni, conserva una funzione educativa e sociale. Ma essere pugili su un’Isola significa anche fare i conti con trasferte costose, meno occasioni di confronto e società che spesso sopravvivono grazie al volontariato. Guido Sarritzu, presidente del comitato regionale della Federazione pugilistica italiana, traccia il presente e il futuro del movimento nell’Isola: dai risultati dei giovani alle difficoltà economiche, fino alla sfida che conduce verso Los Angeles (2028).

Che stagione sta vivendo la boxe sarda?

«Importante. Ci sono segnali positivi nella partecipazione dei giovani e nei risultati nazionali e internazionali. Il merito è delle società, dei tecnici, dei dirigenti e degli atleti: sono il nostro patrimonio. Il comitato deve stare al loro fianco. È il lavoro che portiamo avanti con il vicepresidente Fabio Albieri, il responsabile tecnico Marcello Loi, la responsabile società Siria Argiolas e il segretario Angelo Nonnis».

Praticare la boxe in un’Isola rappresenta ancora uno svantaggio?

«Sicuramente. Le trasferte costano più che nelle altre regioni e questo pesa sulle società, sulle famiglie e sugli atleti. Nonostante ciò continuiamo a esprimere pugili di valore. Dobbiamo ridurre questo divario: un talento sardo deve avere le stesse opportunità di un atleta del resto d’Italia».

Quanto pesa la mancanza del confronto?

«Il confronto è fondamentale per crescere. Servono più opportunità e un maggiore sostegno alle trasferte. Le società fanno già enormi sacrifici per garantire ai ragazzi esperienze importanti».

C’è poi il problema delle visite medico-sportive.

«La tutela della salute viene prima di tutto, ma costi e tempi d’attesa possono diventare un ostacolo. Abbiamo avviato interlocuzioni per agevolare gli atleti, sia sui tempi sia sui costi. Ci muoviamo però in un contesto sanitario complesso, soprattutto in Sardegna».

È ancora possibile mandare avanti una palestra col volontariato?

«È sempre più difficile. Spesso dirigenti e tecnici mettono a disposizione anche risorse personali. Se la boxe sarda è protagonista lo dobbiamo a loro».

Eppure la Sardegna continua a “sfornare” pugili di grande livello. Qual è il segreto?

«Tecnici preparati, società organizzate e ragazzi disposti al sacrificio. Abbiamo una grande tradizione e una cultura fondata su disciplina, rispetto e lavoro. I risultati non arrivano per caso».

Gli sport da combattimento stanno vivendo una nuova popolarità. Può beneficiarne anche il pugilato?

«Sì, se sappiamo raccontarlo. La boxe non è violenza: è educazione, rispetto, autocontrollo e crescita personale».

Allungando lo sguardo a Los Angeles 2028, che Sardegna della boxe immagina?

«Una Sardegna sempre più protagonista, capace di valorizzare i suoi talenti e di restare ai livelli che la sua tradizione merita. Ai ragazzi dico di avvicinarsi alla boxe con entusiasmo: troveranno uno sport che insegna valori importanti. Il nostro futuro sono le società, i tecnici, i dirigenti e gli atleti».

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