La storia

Gli scavi a Ruinas, dove i nuragici temevano il vento 

L’archeologo: «Solo tracce molto antiche, qui si viveva in pace. Il nemico? Il maestrale» 

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Inviato

Ruinas (Arzana). Vivere a 1.200 metri di altitudine tra il Bronzo medio e l’età del ferro, circa tremila anni fa, non doveva essere semplice, ma se i nostri avi lo hanno fatto evidentemente l’ambiente e il territorio offrivano di sicuro opportunità che oggi non immaginiamo. Gli scavi archeologici che la Soprintendenza di Sassari e Nuoro ha appena interrotto, per la pausa invernale, stanno dando importanti risultati scientifici a Ruinas, villaggio nuragico più alto dell’Isola, in territorio di Arzana, alle pendici del Gennargentu. I primi riscontri, anche se si dovrà attendere la conclusione delle attività (finanziate con oltre 2,3 milioni nell’ambito del progetto su “Le vie della Transumanza”), raccontano una storia un po’ diversa dalle leggende che ad Arzana e in Ogliastra si raccontano sul sito di Ruinas.

La leggenda

Da sempre, nel centro ogliastrino a sette chilometri da Lanusei, si racconta infatti che Arzana accolse un gruppo di abitanti di Ruinas che lasciò il sito in conseguenza di una pestilenza addirittura in un periodo recente (Medioevo?), acquisendone dunque i territori e tramandando poi i tratti somatici di quelle genti negli alberi genealogici di uno dei paesi dove la longevità è di casa. In realtà, pur facendo salva la possibilità di storicizzare la leggenda ogliastrina, i risultati degli scavi oggi collocano la frequentazione del villaggio di Ruinas appunto nel periodo compreso tra il Bronzo medio e l’Età del ferro, spiega la Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro, guidata da Monica Stochino. «Il materiale rinvenuto fino ad ora nello scavo delle aree vicino al pozzo è collocabile in questo periodo», spiega Demis Murgia, archeologo nuorese che dirige il cantiere di scavo.

Le attività recenti

Dopo un intervento nei primi anni Duemila, oggi dunque si è tornati a Ruinas dove gli archeologi si sono concentrati principalmente sull’area del pozzo, in mezzo alle capanne del villaggio, sovrastato dal nuraghe principale che invece sarà oggetto di un intervento di consolidamento della struttura realizzato da una ditta di Arzana che ha vinto l’appalto. «In base agli elementi di cultura materiale finora rinvenuti si può ipotizzare che il pozzo avesse una funzione utilitaristica ai fini dell’approvvigionamento dell’acqua per l’insediamento, escludendo in via presuntiva una destinazione cultuale. Con lo scavo è stata intercettata la risorgiva di acqua che lo alimenta tuttora», scrive Enrico Dirmiti, funzionario archeologo della Soprintendenza. Durante lo scavo sono state riportate alla luce in particolare alcune strutture a pianta semicircolare. La prima, per le sue caratteristiche costruttive, in particolare del muro perimetrale, non sembra essere caratterizzata «da una spiccata monumentalità». Più a Sud, invece, «sono stati individuati i resti di una capanna a pianta absidata, tagliata da una struttura più recente e di cui residua almeno uno dei lati lunghi. In base alla tessitura muraria si potrebbero proporre dei confronti, seppur preliminari, in attesa dello studio dei materiali, con simili strutture databili tra l’età del Bronzo Medio e la successiva età del ferro», aggiunge Dirmiti.

Una terza struttura, infine, scavata solo parzialmente, «presenta pianta circolare e un apprestamento murario riconducibile a una sorta di gradinata di accesso». In alcune delle strutture scavate sono stati individuati alcuni «blocchi con coppelle, probabile indizio di un riutilizzo di materiale litico risalente almeno al Neolitico e di cui al momento non si rinvengono tracce nell’area».

Il villaggio

Sulla base dei lavori portati avanti fino ad ora, dunque, di sicuro il pozzo era al centro di una parte del villaggio le cui capanne erano unite da corridoi che collegavano l’abitato, dove allora potevano vivere alcune centinaia di persone, è l’ipotesi dell’archeologo Demis Murgia. Il vero nemico, qui, non arrivava dall’esterno della Sardegna o da altri villaggi, ma «era il vento», aggiunge. L’idea di chi segue lo scavo è che le genti di Ruinas vivessero in pace, magari commerciando con altri villaggi. Il materiale rinvenuto, a parte un anello che però potrebbe essere più recente e non appartenere alle genti che vissero lì, fa tornare indietro di tremila anni anche perché non ci sono oggetti indicativi di periodi più recenti.

La Soprintendenza

Il progetto di scavo, spiega la Soprintendente Monica Stochino, «è parte di una ampia strategia di programmazione di interventi che il Ministero promuove per garantire la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale sul nostro territorio, consapevoli che deve essere preservato per contribuire alla crescita culturale, sociale ed economica delle comunità». L’idea, dunque, è che Ruinas possa entrare a far parte, magari grazie anche alla collaborazione e alle iniziative del Comune di Arzana (che punta alla valorizzazione del sito), in un circuito che permetta di conoscere e tutelare il territorio. Per questo, aggiunge è necessario «un atteggiamento cauto e attento quando interveniamo nel segno della modificazione immaginando le trame insediative molto più incisive della modernità. Ci dà conto di un dato essenziale che attiene al paesaggio: come diceva Roberto Gabino, il paesaggio è il luogo in cui si depositano le aspirazioni delle comunità. Il patrimonio che oggi noi preserviamo è segno tangibile, lascito, delle aspirazioni delle comunità che ci hanno preceduto. Ne siamo orgogliosi, perché vi leggiamo aspirazioni e valori alti».

In altri termini, è necessario restaurare i nostri monumenti, per renderli fruibili alle generazioni future e al tempo stesso comprendere da dove veniamo. Di sicuro, alla fine degli scavi di Ruinas, avremo qualche certezza in più.

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