A Stoccolma l’annuncio ha provocato «profondo sgomento». A circa nove mesi dall’arresto, l’Iran ha messo in atto la condanna a morte di Kourosh Keyvani, cittadino provvisto anche di nazionalità svedese e accusato da Teheran di «spionaggio in favore del regime sionista», ovvero Israele. Un’esecuzione a cui il governo scandinavo ha reagito duramente, convocando l’ambasciatore dell’Iran in segnale di protesta. «È ripugnante», ha dichiarato il primo ministro Ulf Kristersson all’agenzia Tt.
Keyvani secondo l’ong Hrana era stato preso in custodia durante la “guerra dei 12 giorni" di giugno. Stando alla sentenza aveva «fornito ad agenti del Mossad immagini e informazioni su luoghi sensibili del Paese». I media scandinavi riportano che Keyvani era arrivato in Svezia nel 2015, ottenendo la cittadinanza quattro anni dopo. Nel sostenere che il processo «non è stato equo né conforme allo stato di diritto», la ministra degli Esteri Maria Malmer Stenergard ha precisato che la sua doppia nazionalità non è stata riconosciuta da Teheran, il che ha ostacolato la possibilità di garantirgli assistenza, nonostante numerosi tentativi, anche in extremis, di scongiurarne l’esecuzione. A preoccupare ora è il caso di Ahmadreza Djalali, medico con la medesima doppia nazionalità che per anni aveva fatto ricerca a Novara: in carcere in Iran da ormai circa dieci anni, ha carico una condanna a morte stabilita nel 2017, sempre per presunto spionaggio.
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