La diocesi.

«Giovani fino a 50 anni, rimandiamo di continuo le scelte impegnative» 

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«Questi dati sono lo specchio della complessità dei tempi che stiamo vivendo». Don Emanuele Meconcelli, responsabile della Pastorale familiare della Diocesi di Cagliari, non è sorpreso del sorpasso dei single sugli sposati in Sardegna: «Affrontiamo un mondo che ci mette davanti tante sfide», sorride. «Non che il mondo in passato fosse più semplice, per carità. Non è questione di meglio o peggio: solo che oggi la formazione di una coscienza personale circa le proprie scelte è più difficile rispetto al tempo in cui le scelte a disposizione erano di meno. Un tempo un giovane trovava un lavoro, si fidanzava, poi si sposava; oggi la sua libertà è sollecitata di continuo, e siamo anche sempre meno preparati ad affrontarla, questa libertà. Essendo venute meno quelle forme di orientamento, ci si ritrova un po’ spaesati. Per usare un’immagine, siamo come bambini in un negozio di caramelle: vorremmo mangiarle tutte».

Provare ad addentrarsi nelle cause di questa mutazione non è semplice: «Dal punto di vista materiale le politiche di sostegno non aiutano, anche se qualche timido segnale di inversione di tendenza sembra di intravederlo. Il costo della vita negli anni è aumentato molto di più di quanto non siano aumentati gli stipendi, e davanti alle difficoltà economiche stare da soli diventa un’opzione. Non penso che sia diminuita la voglia di famiglia: piuttosto è diminuita la capacità di fare scelte impegnative, che rimandiamo di continuo. Anche perché si è prolungata indefinitamente quella fase della vita che chiamiamo giovinezza: oggi si è considerati giovani a 30 anni, a 35, a 40, a 45. Ma fino a che età uno è davvero giovane? I nostri genitori a 25 anni avevano già messo su famiglia, e a 50 (la mia età, e molti mi definiscono “ancora giovane”) uno dovrebbe aver già fatto le scelte importanti».

Per descrivere lo «sfilacciamento» di esperienze che funzionavano come «ambiti di orientamento», don Emanuele, che è anche vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico regionale, accosta alla crisi della famiglia l’immagine delle chiese ormai mezzo vuote: «C’è anche un fatto ideologico. Per molti la famiglia è una cosa “cattolica” o addirittura una cosa “di destra”. In realtà si investe di meno sul senso della propria vita».

Le conseguenze di questo sempre più frequente vivere soli, per don Meconcelli, sono rilevanti: «L’effetto principale mi pare la solitudine. Una vita autocentrata rende difficile costruire una rete solida di rapporti umani e genera un’insoddisfazione cui si cerca inutilmente di porre rimedio passando da un bisogno all’altro. Questo si traduce in consumismo e ricerca del divertimento: cose che in sé non sono negative ma sono, per usare un’immagine del Vangelo, toppe messe su un vestito lacero, ma alla fine “ la toppa nuova porta via il vestito vecchio e lo strappo si fa peggiore ”».

Da buon cattolico, don Emanuele non cede al pessimismo: «Anzi, sono ottimista. Credo che l’esperienza di queste nuove solitudini e inquietudini riaccenderà la voglia di modelli di vita che un tempo magari si seguivano per tradizionalismo o per paura di essere criticati dalla società, e non per una scelta profonda e motivata». (m. n.)

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