il racconto

Gigi Riva, mezzo secolo fa si chiuse un’era 

Domenica 1 febbraio 1976, un urlo “gela” il Sant’Elia: è la fine della carriera di Rombo di Tuono 
22/09/2006-GIGI RIVA VICECOMMISSARIO FGCI - FOTO RETROSPETTIVE

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Il tramontò sembrò più scuro e silenzioso del solito, in quel giorno di inizio febbraio. A Sant’Elia non erano ancora le 16.15 quando si chiuse un’epoca. Quasi nessuno dei circa venticinquemila presenti (11.093 paganti, 11.629 abbonati) lo sapeva con certezza, men che meno uno dei tanti “portoghesi” che allora erano la norma, un bimbo ci circa sette anni: «Chi è morto?», domandò ignaro, meritandosi per tutta risposta un ceffone dal padre. Gigi Riva era riverso sul terreno dopo aver lanciato un urlo che molti udirono, anche prima che sullo “stadio dei sessantamila” calasse un silenzio di terrore. Era domenica 1° febbraio 1976, dal cielo imbronciato cadeva qualche goccia di pioggia. Il più grande calciatore della storia rossoblù non avrebbe mai più giocato.

La stagione

Poco meno di sei anni prima, il Cagliari aveva scritto la storia dello sport italiano portando lo scudetto per la prima volta a sud di Roma. Di quell’impresa, quel giorno, era rimasto il ricordo e quattro giocatori ancora in campo. C’era Comunardo Niccolai, c’era Nenè, che quel giorno compiva 34 anni, e c’era Gigi Riva. Il quarto era Ricky Albertosi, che due anni prima si era trasferito al Milan, dove nel 1978-79 avrebbe festeggiato il secondo scudetto della carriera. Tra i pali rossoblù svettava un sangavinese cresciuto nella sua ombra: Renato Copparoni. Il Milan arrivava in Sardegna come quinto in classifica, giusto un punto alle spalle del Cesena- champagne di Piero Cera, che l’aveva battuto 2-1 due settimane prima. Il Cagliari era in caduta libera anche se, dopo le tre sconfitte iniziali, Mario Tiddia (subentrato a Luis Suarez dopo 8 turni), aveva cominciato a raccogliere qualche punto. Sette giorni prima, pareggiando in casa col Cesena mentre i rossoblù crollavano (3-0) al Comunale di Firenze, il Como l’aveva lasciato da solo all’ultimo posto in classifica: sei punti in 14 giornate, poi rimasti tali al termine dell’ultima di andata, quella sera, dopo la sconfitta 1-3 con il Milan di Calloni. Lo “sciagurato Egidio” celebrato in tv da Giorgio Porrà, quel giorno riuscì a segnare una doppietta.

L’episodio

Il Cagliari affrontò il Milan puntando su Riva - che aveva segnato tre settimane prima al Como la propria sesta e ultima rete - e su un centrocampo con Quagliozzi, Nenè (su Rivera), Gregori, Butti e Viola; Lamagni e Niccolai erano i marcatori, Roffi il libero, Longobucco il terzino sinistro: «Non era una squadra malvagia ma i veterani erano in là con gli anni e i nuovi ancora giovani, considerando che a quel tempo o eri un campione oppure prima dei 25-26 anni era difficile essere titolare», sintetizza Copparoni, ricordando che «non giocavamo neppure male ma ci andò tutto storto quell’anno». Il Cagliari tenne per un tempo. Poi, a inizio ripresa, segnò Calloni. Dopo cinque minuti, il fattaccio. A raccontarlo è Roberto Quagliozzi, uno di coloro che sono rimasti a Cagliari per sempre: «Dopo un anticipo gli diedi un pallone con il tacco verso il limite dell’area. Lui lo rincorse, poi rallentò... si fece male lì». Accanto a lui c’era Aldo Bet, difensore milanista che lo sentì urlare e lo vide cadere, portandosi le mani sull’interno coscia. Si avvicinò, credendo di averlo colpito ma non era stato così. Riva lo disse al guardalinee che era accorso: «Nessun fallo, Bet non ha nessuna colpa». In quello che, a caldo, il professor Elimio Pirastu definirà con un ottimismo purtroppo non confermato dai fatti «un infortunio più strano che grave», Gigi fece tutto da solo. Lo tradirono quei muscoli rattoppati tante volte e bistrattati dalle operazioni per ridurre le fratture in Nazionale, nel 1967 e 1970. «Da lontano, anche io pensai che avesse ricevuto un colpo», conferma Copparoni, autore di una bella prestazione, nonostante tutto, «ma quando ho visto che usciva scortato da Viganò e Valeri ho capito che la cosa era grave».

La svolta

La partita finì lì e con le il campionato: «Gigi era il nostro leader, vederlo uscire ci svuotò», continua il portiere che due anni dopo sarebbe andato a giocare in quel Torino che, nella primavera del 1976, guidato dall’ex allenatore del Cagliari Gigi Radice, vincerà l’unico scudetto dopo Superga. «Eravamo già sull’orlo del baratro, poi mancando Gigi abbiamo avuto una botta incredibile», conferma Quagliozzi. Il Milan raddoppiò al 78’ su rigore ancora di Calloni, l’arbitro Trinchieri di Genova ne assegnò anche uno al Cagliari che Viola trasformò all’83’, prima che Biasiolo chiudesse il conto. Negli spogliatoi, Albertosi parlerà di quei due rigori e dirà di non averli visti: «Uno perché ero troppo lontano, l’altro perché non c’era». Oggi ride a sentirselo raccontare, prima di spendere qualche parola su Riva: «Purtroppo Gigi ha avuto tanti infortuni, soprattutto i due in Nazionale, a Vienna e a Roma, ma nonostante tutto ha sempre ricominciato a giocare, a far gol per portare in alto il Cagliari». Quella volta non ci riuscirà.

Dopo partita

«Non lo sentii dopo la partita», prosegue il vicecampione del mondo di Messico 1970, «ci sentimmo più in là, eravamo ancora amici naturalmente». E aggiunge: «Non sembra vero che siano passati cinquant’anni. Però quando vengo a Cagliari sembra ieri di aver vinto e essere stati insieme tutti quegli anni». Dopo la partita il clima era intriso di tristezza: «Andammo subito tutti da lui, che era ancora sul lettino, per provare a confortarlo», racconta Copparoni. Nessuno si ricordò più di Nenè, per il quale ci sarebbe dovuta essere almeno una cena di compleanno. Quagliozzi si avvicinò anche dopo: «Era in sala medica, c’erano anche i giornalisti. Io mi sentivo quasi in colpa, magari senza quel passaggio… Quando sono entrato a salutarlo ho capito che la cosa era molto grave. Poi lo andai a trovare a Roma, dopo l’operazione fatta dal professor Perugia». E puntualizza: «Riva si fidava di lui, al punto che qualche anno dopo lo consigliò anche a me per uno strappo».

Il sostituto

Ora si poneva un problema: sostituire un giocatore insostituibile: «È proprio così», dice Desiderio Marchesi, oggi 76enne. Toccò a lui svestire la tuta ed entrare in campo al posto di Gigi. Sapeva che la situazione era seria: «S’è visto subito, l’urlo che ha lanciato, non riusciva neppure a camminare: abbiamo intuito che ci fosse qualcosa di grave». Entrò lui, quasi inosservato. In altre circostanze se la sarebbe goduta: «Eravamo contro il Milan, la mia ex squadra, dove sono stato dai 13 anni ai 19, sino alla prima squadra. Giocavo con la De Martino e la squadra riserve. Avrei debuttato, se in Primavera un fallaccio di Gigi Cagni non mi avesse causato una frattura».

L’illusione

Per Gigi Riva iniziò un calvario. Non voleva smettere, sarebbe andato con il Cagliari in B: «Venne anche in ritiro, voleva giocare, ma con Toneatto non andavano tanto d’accordo. Andò via dal ritiro. Lo incontravo, si informava della squadra ma alla fine tornò soltanto da dirigente per aiutare Tiddia», ricorda Quagliozzi. Per Copparoni invece, senza altre complicazioni Riva sarebbe rientrato, nella stagione successiva: «Si allenava era era pronto a tornare ma voleva farlo in casa, per dare alla società in difficoltà un grande incasso. Si fece male alla fine di un allenamento, mentre calciava in porta». Sia come sia, l’8 aprile 1977, sfinito dai continui problemi, Riva annunciò il ritiro. Oggi sono passati 50 anni ma da tempo sappiamo che la carriera finì quel giorno. La simbiosi tra Riva e la squadra era talmente forte che inevitabilmente anche il Cagliari, quello creato da Arrica e Marras e portato alle stelle da Gigi, finì assieme a lui, in quell’istante. Era un’uggiosa domenica di inizio febbraio e non erano ancora scoccate le 16.15…

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