«L’acqua aveva un sapore dolciastro, sapeva di latte di mandorla zuccherato. All’inizio non ci ho pensato, poi mi sono sentita male». È questo, in estrema sintesi, quanto riferito a colleghi e carabinieri dalla giovane tirocinante della Corte d’appello di Cagliari che, mercoledì pomeriggio, si è sentita male dopo aver bevuto da una bottiglietta d’acqua risultata poi manomessa. Dimessa dal pronto soccorso, per fortuna in buone condizioni, ieri mattina è stata sentita negli uffici della Sezione di Polizia giudiziaria dei Carabinieri. La bottiglietta – si è saputo in seguito – presentava due micro-fori, fatti con ogni probabilità usando l’ago di una siringa, poi saldati: uno sul tappo e uno sul fianco. Anche la madre della giovane, a quanto pare, avrebbe bevuto un sorso dalla stessa bottiglia, avvertendo un leggero malessere poi passato.
La ricostruzione
Dopo averne bevuto alcuni sorsi d’acqua, la ragazza aveva avvertito bruciore alla gola, le si era tappato un orecchio e ha riferito di avere un forte malessere, tanto da rendere necessario il trasporto al pronto soccorso. Dopo aver comprato la bottiglietta in uno dei distributori automatici del palazzo (subito bloccato), la giovane l’avrebbe messa in borsa e portata con sé ad un corso. I carabinieri della Sezione che ha sede nel Palazzo di Giustizia, coordinati dal colonnello Marcello Sardu, e i colleghi del Nucleo antisofisticazione, subito allertati, dovranno ora cercare di capire in quale fase l’involucro in plastica potrebbe essere stato manomesso.
Le indagini
La bottiglietta, che conteneva ancora dell’acqua, è stata sequestrata dai militari che indagano con l’ipotesi di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, un reato punito con la pena massima di 10 anni. Sarà ora l’analisi del liquido rimasto a chiarire quale sostanza sia stata introdotta, in quale quantità e quali concreti rischi per la salute abbia corso la giovane. Accertamenti tutt’altro che semplici, vista la complessità dell’inchiesta. Impossibile, al momento, capire quando sia stata manomessa la bottiglia di plastica. La memoria di molti, però, è corsa inevitabilmente agli episodi di «Acquabomber» che si sono verificati a metà degli anni Duemila crearono allarme in diverse zone d’Italia. In quel caso, nelle bottigliette era stata iniettata dell’insulina. Ma al momento si tratta solo di suggestioni e non di ipotesi investigative.
Allarme tra i dipendenti
Nel giro di poche ore dal malore, la preoccupazione si è diffusa in tutto il Palazzo di Giustizia, dove i dipendenti hanno condiviso l’allarme in diversi gruppi di messaggistica. Ieri mattina, per garantire la sicurezza di chi lavora nella cittadella giudiziaria di piazza Repubblica, il presidente della Corte d’appello, Massimo Orlando, e il procuratore generale, Luigi Patronaggio, hanno disposto la sostituzione dell’intera scorta d’acqua presente in tutti gli uffici del palazzo. Una misura di cautela, adottata per escludere qualsiasi rischio e restituire serenità a magistrati, funzionari e personale.
La testimonianza
«La ragazza ha comprato la bottiglia e poi l’ha messa in borsa», racconta una giudice della Corte d’appello, che per obbligo di riservatezza non può comparire con nome e cognome, «quando abbiamo saputo che stava male ci siamo molto preoccupato. Ne ha bevuto un bel po’, ma per fortuna ne è rimasta per consentire le analisi. Ci abbiamo parlato e sta bene, ma chiaramente lo spavento è stato grande. Se abbiamo paura? No, dire così è troppo: ma di certo l’episodio è inquietante».
Nessuna altra bottiglietta
Il controllo delle altre bottigliette d’acqua che c’erano nel distributore non avrebbe evidenziato altre manomissioni. La vicenda è seguita con la massima attenzione direttamente dal procuratore capo, Rodolfo Sabelli, che ha subito chiesto ai carabinieri di iniziare le indagini dopo aver ricevuto la segnalazione del Presidente della Corte d’appello. Solo nelle prossime ore il fascicolo sarà assegnato a un sostituto.
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