La mostra/1.

“Generative Habitat” Le città raccontano il cuore della gente 

Così l’architettura della cura può ridefinire gli spazi da abitare 

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Detto alla buona, la mostra aperta al Muacc fino al 9 ottobre, in via Santa Croce 63 a Cagliari, è un esempio di architettura della cura. Un approccio all’edificazione dei luoghi attento alle persone e, nello stesso tempo, un modello di pedagogia alternativa che, mentre recupera spazi urbani abbandonati, ridefinisce i ruoli di chi li progetta e di chi, invece, li abita. “Generative Habitat”, insomma, è un’occasione per scoprire di cosa è capace l’università quando unisce sapere e fare, aggira gli steccati disciplinari e scende in strada per verificare di cosa c’è realmente bisogno in una piazza o in un quartiere.

I lavori

Sulle pareti del Museo Universitario delle Arti e delle Culture Contemporanee, diretto da Simona Campus, un’ampia collezione di immagini ricostruisce quattordici anni di attività di “Unica Space Force“, il laboratorio della Scuola di Architettura del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e Architettura (DICAAR) che, dal 2012, coinvolge studentesse e studenti in percorsi di ricerca, progettazione e costruzione per la rigenerazione degli ambienti pubblici.

“Space Force”

Tra gli interventi più noti figurano la riqualificazione della “Piazza Senza Nome“ a Is Mirrionis e l’allestimento della Fiera dell’artigianato artistico di Mogoro. A questi si affiancano altri progetti molto apprezzati come la pergola del Campus di Ingegneria, diventata uno spazio di socialità e un simbolo di appartenenza per gli iscritti. In oltre un decennio, dichiara Carlo Atzeni, «con “Unica Space Force” abbiamo realizzato una trentina di strutture a Cagliari e in numerosi comuni sardi (Usellus, Pau, Ortueri, Selegas, Orani, Neoneli e così via), coinvolgendo oltre 500 studenti». Ordinario di Architettura e delegato del rettore per gli spazi e la sostenibilità dell’ateneo, Atzeni coordina il progetto insieme con Ivan Blečić, direttore del DICAAR: «Una pratica collettiva che si avvale del contributo di vari saperi disciplinari, dalla psicologia ambientale alle scienze della comunicazione, fino alla botanica». Le opere in mostra hanno creato opportunità di incontro, incoraggiato nuovi usi, suggerito appropriazioni inaspettate e invitato le persone a vivere i luoghi in modo diverso. Panchine, pergole, padiglioni, rampe per persone con disabilità, hanno restituito alla comunità spazi dimenticati o degradati, «rivelandone il potenziale inespresso». Si tratta, prosegue Atzeni, di interventi perlopiù temporanei e amovibili, realizzati con risorse limitate, per rispondere a bisogni concreti e urgenti. Non si deve dimenticare, aggiunge, che «il vero obiettivo dei progetti sono gli individui e le loro esigenze». Con un investimento contenuto, «abbiamo innescato un circolo virtuoso di azioni che pone al centro le comunità, il fare come dimensione essenziale dell’apprendimento e l’abitare come espressione di responsabilità civile». Fino a suggerire che l’architettura può diventare «una piattaforma di collaborazione e un catalizzatore di nuove relazioni tra le persone e i luoghi».

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