L’inchiesta

Garlasco, l’ottimismo di Sempio 

«Non ci sono argomenti per andare a processo. Nel caso, lo affronteremo» 

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Milano. Andrea Sempio si dice «più sollevato» dopo la chiusura delle indagini della Procura di Pavia che lo indicano come responsabile dell'omicidio di Chiara Poggi e mettono in discussione la responsabilità di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per il delitto. «Non mi sembra ci siano argomenti tali da arrivare a un vero e proprio processo», afferma Sempio a Quarto Grado, aggiungendo che, se si arriverà al giudizio, sarà pronto ad affrontarlo. L'auspicio è che si possa finalmente uscire «da questo marasma di supposizioni» e «piste inventate».

Le impronte

Il 38enne respinge gli indizi contro di lui, a partire dall'impronta 33, individuata dai pm pavesi e dai carabinieri sulla parete delle scale che conducono alla cantina di casa Poggi, non lontano dal corpo della ragazza. «C'era la traccia sul muro? Sì. È stata analizzata? Sì. C'era del sangue? No. Fine. Per come la vedo io la questione finisce lì», sostiene, contestando che l'impronta possa costituire un elemento decisivo. Sempio commenta anche la consulenza della patologa forense e antropologa medica Cristina Cattaneo, secondo cui il suo piede sarebbe compatibile con la scarpa che lasciò la nota impronta insanguinata a pallini sul pavimento della villetta di via Pascoli. «Se tu avessi trovato a casa di Andrea Sempio una scarpa riconducibile a quella, magari sporca del sangue di Chiara, è un conto. Ma finché dici “è compatibile”, va bene. Non hai un elemento vero che collega quello», osserva. E precisa: «Avevo il 44 ai tempi e ce l'ho ancora oggi». Sempio riferisce inoltre di subire «l'effetto dei social» e di avere iniziato a denunciare alcuni attacchi che considera più gravi.

L’anomalia degli esami

Resta intanto centrale la questione del Dna sui pedali della bicicletta di Stasi. La Procura generale di Milano sta valutando le nuove carte trasmesse dagli inquirenti pavesi in vista di un'eventuale richiesta di revisione della condanna, sulla quale la procuratrice non ha ancora sciolto la riserva. Francesco Maria Avato, all'epoca alla guida del pool di consulenti nominati da Stasi, sostiene di non essere mai stato informato dei due esiti «nulli» ottenuti dal Ris di Parma il 20 settembre 2007 dopo che il giorno precedente le analisi avevano restituito il profilo genetico di Chiara. Esiti mai inseriti nel fascicolo. «Ciò dovrebbe invalidare tutto», afferma Avato, spiegando che, sulla base di quel tracciato ora non confermato, non solo non sarebbe possibile sostenere che si trattasse di sangue, ma non risulterebbe neppure la presenza del Dna della vittima. Anche Avato, come gli attuali esperti incaricati da Stasi, ritiene plausibile l'ipotesi di uno scambio tra il campione prelevato dai pedali della bicicletta e quello del cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per fare colazione.

Di fronte a «discrepanze enormi», sostiene infine il docente, le analisi avrebbero dovuto essere ripetute e l'anomalia comunicata soprattutto al magistrato.

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