La decisione.

Flotilla, la missione  finisce in Libia Rientrano gli attivisti 

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Bengasi. La missione di terra della Flotilla finisce in Libia. Dopo il violento sgombero di lunedì sera del "convoglio” accampato da giorni nei pressi di Sirte, i circa duecento attivisti di varie nazionalità hanno deciso di ritornare a casa. Tra loro ci sono sette italiani che arriveranno stamattina a Fiumicino. «Siamo stati attaccati dalle forze libiche dell'ovest nel nostro accampamento - racconta Sara Suriano, una di loro – eravamo in presidio ad attendere il rilascio di compagne e compagni, abbiamo visto arrivare delle camionette nere di militari. Erano tutti a volto coperto». Spiega che, a quel punto, si sono radunati tutti nella moschea. «C'è stato caos - aggiunge - la moschea è stata alla fine sgomberata col gas». Parla di alcune donne «strattonate, colpite alla schiena, una presa per il collo, una trascinata per i piedi fuori». Ad avere la peggio, «un ragazzo dell'organizzazione» che è rimasto «privo di sensi e si ipotizza che abbia riportato un trauma cranico dopo esser stato colpito con un pugno». Il convoglio di terra era partito il 15 maggio (Giorno della Nakba) con a bordo 7 ambulanze, 20 case mobili, 10 camion di aiuti umanitari diretti a Gaza e oltre 200 partecipanti da più di 25 paesi. Intanto si attendono notizie degli altri dieci attivisti della stessa spedizione, tra cui Domenico Centrone e Dina Alberizia, fermati nei giorni scorsi nella Libia orientale.

E in Italia va avanti l'indagine della Procura di Roma sulla detenzione in Israele dei partecipanti alla missione “via mare” dopo l'abbordaggio delle barche in acque internazionali.

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