L’alba del giorno che non verrà ha la voce grossa dei motorini, e il pianto di due madri e altrettanti padri, con gli occhi fissi sulle bare adagiate ai piedi dell'altare; sotto quelli di un Cristo che non ci riesce a dar conforto. Non oggi. Così, lo bisbigliano, e qualcuno lo dice pure con una umana e comprensibile rabbia, che «no, non è giusto. Non si può morire così». E per un attimo sembra persino di vederla, quella rosa bianca, poggiata al lampione del lungomare Poetto: l’alba di un venerdì saltato, L’ultima notte, finita su un palo, la vita ferma. E il dolore straziante che è davvero troppo e tanto per starci tutto dentro la chiesa di Bonaria. Ai piedi dell’altare ci sono due bare: quella bianca di Filippo Corongiu, accanto a quella del suo amico per sempre, Gabriele Galici, di color noce chiaro. Insieme nella vita e anche nel giorno dell’addio, con le bancate piene e i motorini coi motori accessi che sembrano gridarlo anche loro che no, non è giusto.
La messa
Mezz’ora prima delle quindici è già affollato: il piazzale che guarda sul Golfo, che sarebbe piccolo pure lui per accogliere il dolore di parenti, familiari, amici e conoscenti. Riuniti per dare l’ultimo saluto a Filippo e Gabriele, morti all'alba di venerdì, al rientro dalla notte trascorsa in discoteca, a ridere, scherzare: a fare ciò che fanno tutti i diciottenni. Poi lo schianto, contro il palo, sul rettilineo. Il cordolo di cemento, l'impatto sull'asfalto, la vita ferma sotto in cielo stellato che si spegne. Avrebbe compiuto diciotto anni a ottobre, Filippo. Pochi mesi meno di Gabriele: uniti nella vita e pure nel tragico destino. «Sono ben consapevole che la loro morte improvvisa più che di parole ha bisogno di silenzio. Di tanto silenzio»: la voce solenne dell'arcivescovo Giuseppe Baturi cammina veloce, si fa spazio nella mente e nel cuore di chi continua a fissare le casse di legno. «Oggi c’è un grosso masso che opprime il cuore, una grande pietra che toglie il fiato e che non può essere fatta rotolare da nessun umano. Serve Dio». Così lo cercano, quel Dio compassionevole che ci prova ma ancora non ci riesce a dare pace e risposte. «Qualcuno ci deve dare una spiegazione, vogliamo sapere perché», dice una donna che stringe in mano il rosario.
Le domande
L'ultimo saluto a Filippo e Gabriele, sono le parole lette sull'altare: il dolore laico, quello che toglie fiato, ingarbuglia i pensieri e aggiunge sofferenza a sofferenza. «Filippo, amore mio, voglio chiederti scusa se a volte sono stata assillante. Volevo solo proteggerti. Tra pochi giorni saresti diventato maggiorenne... Avremmo voluto vederti crescere, realizzarti, raggiungere ogni traguardo. Vogliamo credere che ovunque tu sia senta tutto il nostro amore. Che la scomparsa di nostro figlio possa insegnare qualcosa ai ragazzi»: non sono loro a leggere il discorso, non ce la fanno. Poi è il turno di Maria Grazia Bolognesi: «Gabriele era luce, era gioia, era vita. Un paio di giorni prima mi ha detto: “Mamma, se muoio lo so che soffri tanto”. Questi ragazzi non hanno nulla di sbagliato, siamo noi adulti sbagliati. Siamo una vergogna, i giovani stanno cercando di sistemare il mondo». E parte l'applauso.
Il finale
C’è un centinaio di motorini, come quello dell'ultima serata di Filippo e Gabriele, terminata sul palo; quello con la rosa bianca, cresciuta all'alba del giorno che non verrà. Bianca come i palloncini che si alzano in cielo quando le bare sfilano una dopo l'altra nella scalinata che sembra senza fine. Ci sono anche i palloncini blu; bianchi e blu, come i fumogeni che colorano il cielo sopra Bonaria. E allora ruggiscono ancora più forte, gridano quando i carri funebri si allontanano.
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