Intervista.

Ferrario: «Racconto i nostri giovani in fuga dal vuoto di futuro» 

Parla la giornalista, a Marmillibri con il suo “La voglia di andarsene" 

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Un messaggio arrivato in piena diretta, un figlio in una Dubai sotto attacco e una madre che deve continuare a condurre come se niente fosse. Da questa scena nasce “La voglia di andarsene. I figli all’estero, il grande male dell’Italia” (Fuoriscena), il libro con cui Tiziana Ferrario è stata ospite, sabato sera, nei locali dell’ex Ospedale Managu di Siddi, all’interno di Marmillibri 2026. La giornalista e scrittrice milanese, volto noto del Tg1, ha raccontato i giovani che lasciano l’Italia e le famiglie che restano. Storie che riguardano da vicino anche i piccoli paesi della Marmilla, dove le partenze e il futuro delle nuove generazioni sono questioni con cui le comunità si confrontano ogni giorno. Al termine dell’incontro, l’abbiamo incontrata per approfondire la vicenda personale da cui nasce il libro, le storie dei due protagonisti sardi, le ragioni che spingono a non tornare e le possibili soluzioni per un Paese che ha lasciato andare i suoi giovani.

Il libro parte da lei e da suo figlio Edoardo. Perché ha scelto di esporsi in prima persona?

«Non volevo un libro di sole statistiche, perché dietro i numeri ci sono persone in carne e ossa. Mi sono chiesta come far capire il dramma che c’è dietro ogni partenza, per chi parte e per chi resta, e così mi sono esposta. Prima però ho dovuto chiedere il permesso a mio figlio. Il suo esempio è servito a riflettere su ciò che spinge a scegliere l’estero, con tutte le incertezze che comporta. Durante gli attacchi a Dubai non voleva lasciare la sua compagna, che non ha rinunciato al lavoro ed è rimasta».

Dai dati emerge un Paese che ha lasciato andare i suoi giovani con troppa leggerezza.

«Sì, lo ha fatto pensando di poterne fare a meno. Intanto abbiamo un debito che continua ad aumentare e un’ostilità crescente verso chi arriva da fuori. I ragazzi se ne vanno e arriverà un momento in cui non saremo più in grado di pagare le pensioni e di reggere il sistema. Chi resta avrà sulle spalle un debito pesantissimo e una spesa sociale sempre più gravosa, si spaventerà e scapperà a sua volta».

Tra le testimonianze quelle di Marco, di Alghero, e di Enrico, di Cagliari.

«Marco viene da una famiglia di calzolai che sanno lavorare la pelle davvero, con un negozio molto noto ad Alghero. A Dubai lavorava per un brand del lusso, ma aveva voglia di tornare a casa. Ora è a Roma e ne è felice. All’estero è maturato tantissimo: ha imparato a trattare, a difendersi, a capire che cos’è il mercato, ed è uscito dalla dimensione familiare. Enrico, invece, a Dubai ha una start-up. Dice che tornerà in Sardegna, ma “solo quando sarò ultracinquantenne”, perché per lui è impensabile far crescere dei figli in Italia».

Chi rientra al Sud paga solo il 10% di tasse: basta la leva fiscale per far tornare chi è partito?

«La vera fuga non è quella dai salari bassi o dalla tassazione troppo alta: è dalla paura di non avere un domani. Molti se ne vanno non solo perché li pagano poco ma perché non intravedono un progetto, un futuro, un senso di stabilità. Così non si affezionano a niente. Il tema riguarda anche le aziende: i tempi sono cambiati, non c’è più il sogno del posto fisso e bisogna avere la pazienza di capire le persone. C’è un cambiamento di mentalità da fare nel sistema produttivo italiano».

A chi vorrebbe che arrivasse questo suo libro?
«Mi piacerebbe che lo leggessero i politici. I giovani sono un’emergenza nazionale, non un tema di destra o di sinistra. Serve una strategia di lungo corso, decisa insieme, perché le agevolazioni non possono cambiare a ogni governo. E bisogna investire sull’istruzione, l’unica via di riscatto per chi parte da una famiglia in difficoltà. Il mio è un libro scomodo, perché mette tutti davanti a delle responsabilità, ma su un tema che riguarda migliaia di famiglie non dovrebbero esserci contrapposizioni. Quanto dobbiamo aspettare prima di decidere che i nostri figli non devono andarsene per forza? La valigia in fondo al corridoio è ancora mezza aperta. Sta a noi decidere se disfarla, dando ai giovani un motivo per restare, o lasciarla partire per sempre».

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