«La Sardegna rappresenta appena lo 0,36% dell’export agroalimentare italiano che invece si appresta a chiudere i conti del 2025 con un nuovo record, a 73 miliardi di euro». La doppia velocità, regionale e nazionale, con «l’Isola amaramente ferma», è contenuta in uno studio di Copagri.
Il caso
Lo spunto per l’analisi «è l’apertura dei bandi, sulla misura Srd01 per gli investimenti, annunciata dall’assessorato all’Agricoltura con una dotazione intorno ai 100 milioni, spendibili entro il 2027». Per il direttore Mario Putzolu, questo «la dice lunga sullo stato del comparto sardo. Il nostro export agroalimentare si attesta intorno ai 265 milioni annui». Di cui «circa 165 provengono dal lattiero-caseario, 28,7 da bevande e vitivinicoltura, altri 28,7 dai prodotti da forno. Le vendite nazionali, al contrario, risultano trainate da filiere più strutturate e da una maggiore capacità di presidio dei mercati esteri».
L’appello
Per Copagri Sardegna «serve una svolta nell’uso della Pac», la Politica agricola comune. Putzolu porta numeri: nel 2024, su scala nazionale, «il settore ha generato 40.871 milioni a prezzi correnti, mentre nell’Isola si è fermato a 1.372 milioni, il 3,35% del totale. Ancora più critico il dato di medio periodo: al netto dell’inflazione, il valore aggiunto agricolo regionale è passato da 1,38 miliardi nel 2015 a 1,19 nel 2024». Sul rapporto tra risultati economici e risorse pubbliche: «In Italia, gli aiuti della Pac, stimati in 7,4 miliardi di euro l’anno, incidono per il 18% sul valore aggiunto agricolo. In Sardegna, invece, pagamenti diretti e Complemento regionale per lo sviluppo rurale (Csr) ammontano mediamente a 410 milioni di euro annui, quasi il 30% del valore aggiunto agricolo. Per Copagri, «non è in discussione il ruolo della Pac, fondamentale per il reddito e il presidio del territorio, ma l’assenza di una politica regionale capace di trasformare gli aiuti in crescita reale. Ci sono criticità strutturali note: frammentazione aziendale, scarsa aggregazione commerciale, deficit logistico e costi dell’insularità, nonché difficoltà di accesso al credito, ritardi sulle infrastrutture idriche e rurali, oltre a una trasformazione agroindustriale ancora insufficiente. Ma serve un Piano straordinario di rilancio plurifondo, con un orizzonte di almeno cinque anni, che vada oltre le risorse del Piano di sviluppo rurale e sia finalizzato a rafforzare la base produttiva, l’export e il Pil agricolo regionale».
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