Domani alle 16.30, nell'Aula 6 della Facoltà di Studi umanistici di via Is Mirrionis 1 a Cagliari, Stefano D’Avella – chief financial officer di Indigo Film e manager della produzione del film premio Oscar “La grande bellezza” – terrà un incontro sul processo finanziario del film di Paolo Sorrentino. L'appuntamento rientra nel Seminario di Produzione multimediale e editoriale ed è aperto a tutti.
Stefano D’Avella, la figura del produttore cinematografico è spesso relegata ai titoli dei film.
«Quando abbiamo vinto l'Oscar col film di Sorrentino, sul palco si intrufolarono Paolo Servillo e Nicola Giuliano, fondatore della Indigo Film. Nicola raccontò che in parecchi gli chiesero “ma tu che ruolo avevi”? Nessuno sapeva che lui era quello che il film lo aveva, sostanzialmente, fatto: ecco, il produttore è quello che consente agli artisti e alle maestranze di realizzare quello che hanno in testa. Il mestiere è quello di esserci ma non di comparire, o comparire il meno possibile».
Che relazione si va a costruire una volta che si decide di produrre un film?
«È il film che guida il processo, non è il fatto di averlo chiuso finanziariamente che consente di fare il film. È il film che vuole essere fatto. Poi si passa alla parte finanziaria, ed è chiaro che avere Favino nel cast è meglio che avere un attore appena uscito dal centro sperimentale, però è la sceneggiatura che guida, è lì che avviene la scelta, non attraverso la disponibilità economica. Il produttore indipendente sta accanto al regista e all'autore attraverso le sue persone. Francesca e Nicola continuano a parlare con il regista fino alla copia campione del film».
Cosa accade quando si è in disaccordo?
«Si discute e a volte si prende posizione. A noi è capito recentemente di dover difendere la scelta artistica del nostro regista contro la logica – coerente con il suo mondo, per carità – del grande broadcaster. Lì il produttore può avere un ruolo importante».
Come è cambiato il cinema italiano negli ultimi anni, e in che stato di salute versa?
«Il cinema è cambiato tantissimo perché c'è stato il Covid, e perché negli ultimi anni ci sono stati altri fenomeni come l’arrivo di Amazon, Netflix, Warner, Apple e così via; da quel punto di vista è cambiato finanziariamente, ma le scelte finanziarie hanno poi guidato quelle distributive che guidano le scelte produttive. Ed è cambiato il modo di fare il film, e ancora cambierà tantissimo per via dell’intelligenza artificiale».
C’è ancora la possibilità per una “Grande bellezza”?
«Sì, per quanto ci siano tutte le difficoltà sul tax credit, sui broadcast che ti spingono da una parte all'altra, che vogliono un certo taglio o il “momento wow” al settimo minuto. Ma se guardi l'asset e non il margine, il film lo puoi ancora realizzare».
È già stato in Sardegna per due film, quindi martedì all’Università di Cagliari non sarà la sua prima volta nell’Isola.
«Con Paolo Zucca abbiamo fatto “L’uomo che comprò la luna” e “Il vangelo secondo Maria”, due belle storie che arrivavano dal territorio. Ma io conosco bene la Sardegna perché ho iniziato a lavorarci, negli anni ‘80, per Unilever. Facevo i controlli nei magazzini dei gelati. Una volta, in un deposito vicino ad Alghero, fummo costretti a segnalare il fatto che, nel magazzino dell’Algida, c'era un maialetto congelato a -28°C, con il proprietario che ci diceva “che male fa? Così si conserva».
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