Produrre per incassare, a prescindere dai consumi degli utenti. Funzionano così le rinnovabili e così si spiegano le richieste di connessione per 44,98 gigawatt presentate nell’Isola tra solare, eolico a terra e pale in mare con l’off shore. Si traducono in oltre 40mila gigawattora all’anno che «in alcun modo – dice l’ingegnere industriale Giovanni Cossu – possono essere trasferite nella Penisola, nemmeno se il Tyrrhenian link fosse concluso. Per esportare tutta quella energia, di nuovi cavidotti ne servirebbero tre, non uno».
La prospettiva
Il professionista ha ricostruito lo scenario sulla base di dati Terna aggiornati al 30 aprile. I 44,98 gigawatt includono i progetti che hanno superato un primo vaglio procedurale e sono all’esame del ministero dell’Ambiente (Mase). Cossu parte dall’inizio, ricordando che «la nostra Isola ha assegnata una quota di rinnovabili, da attivare entro il 2030, pari a 6,2 gigawatt. Vuol dire che c’è una domanda di impianti superiore di oltre sette volte all’obiettivo regionale di decarbonizzazione», ciò che assottiglia sempre di più il confine tra transizione ecologica e speculazione energetica.
Il conteggio
Per capire cosa può succedere in Sardegna, Cossu si mantiene volutamente basso sulle ore di funzionamento degli impianti per cui esiste una domanda in Terna. «Ammettiamo – dice – che pale e pannelli di quei 44,98 gigawatt restino operativi per due ore e mezzo al giorno, durante 360 giorni. Equivalgono appunto a oltre 40mila gigawattora in un anno». La domanda è: cosa se ne fa l’Isola di tutta quella energia? L’ingegnere dice: «La speculazione poggia qui: la nostra regione è concepita come un terminale produttivo per un business che sta altrove. Il problema è che con gli elettrodotti esistenti, anche prevedendo che il Tyrrhenian link entri in funzione domani, non ci sono infrastrutture in grado di trasferire tutta quella energia verde».
Scenario attuale
Oggi in Sardegna sono attivi il Sapei e il Sacoi (con quest’ultimo in fase di potenziamento nella versione tre). «L’uno – continua Cossu – ha una potenza di mille gigawatt, il secondo di 0,4. Con il Tyrrhenian link sarebbero altri mille, per un totale 2.400. Immaginiamo, per un assurdo industriale, che queste infrastrutture lavorino 360 giorni all’anno, anche se nella realtà questa soglia si riduce tra manutenzioni, fermate tecniche e stop accidentali. Al massimo dell’utilizzo, i cavidotti sarebbero in grado di trasportare quasi 21mila gigawattora in un anno». Precisamente 20.600. Non è finita: «Se teniamo conto dei circa 8.400 gigawattora annui che sono il fabbisogno della Sardegna per il proprio consumo, si arriva a 30mila gigawattora. Questo a fronte di una produzione di 40mila, quindi con un surplus annuo di 10mila, considerando le richieste di connessione presentate a Terna».
Il business
Qui entrano in gioco i meccanismi della speculazione. «Una volta che i progetti sono autorizzati – ricorda l’ingegnere –, ai titolari degli impianti l’energia viene pagata in base alla producibilità dichiarata, a prescindere dal suo utilizzo o meno». Cossu fa un nuovo conteggio: «Nelle aste delle rinnovabili, è riconosciuto un prezzo che si aggira tra i sette e i nove centesimi per kilowattora. Il surplus sardo dei 10mila gigawattora può generare ricavi medi per 80 milioni di euro annui». Ma siccome i contratti delle aste sono ventennali, «il business sulla nostra Isola si può stimare in 1,6 miliardi. Parliamo – sottolinea l’ingegnere – di cifre astronomiche che restituiscono perfettamente la misura dell’assalto in corso, senza considerare i danni permanenti all’ambiente e al paesaggio. Quelli sì, destinati a non essere rimborsati da nessuno. Più si avanti nell’analisi – conclude Cossu – più è chiaro quanto il sistema delle rinnovabili sia neglettamente un assistenzialismo della speculazione. A spese di tutti, visto che i costi energetici derivanti delle cosiddette fonti verdi sono caricati sulle nostre bollette».
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