Tortolì.

Due amici inghiottiti dal mare  

Riprese le ricerche dei pescatori dispersi nel tragico naufragio 

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INVIATO

Arbatax. Placato il vento è rimasto un forte rumore di niente. Arbatax galleggia nell’attesa di due salme. Il lutto pretende corpi su cui piangere, implora il mare di restituirne i resti. Colati a picco a due passi da casa. Solo due gocce in un blu infinito. La motovedetta di Circomare ieri mattina ha potuto mollare gli ormeggi verso il luogo del naufragio mentre dal cielo l’elicottero Nemo, decollato da Decimomannu, ha preso a scrutare lo specchio di fronte a Santa Maria Navarrese. L’obiettivo è riportare a casa il capitano Antonio Morlè, 53 anni ed Enrico Piras, 63 anni, amico e marinaio.

Il localizzatore

Gli uomini al comando di Mattia Caniglia cercano risposte alla tragedia del Luigino, anziano motobarca inabissato in una mattina di tempesta. Ieri alle 17 il localizzatore del peschereccio è stato rintracciato a 13 miglia dal punto in cui è affondata la barca. Purtroppo questo non significa aver ritrovato la motonave. Descrivere un cerchio, limitare un perimetro e sperare che il vento non complichi il tutto. Difficile dove tutto si muove. Il capitano Antonio Morlè potrebbe essere rimasto intrappolato a bordo. Il corpo di Enrico Piras è stato visto dai soccorritori dello Zeus, arrivati a salvare Antonio Lovicario, il superstite. Prima o poi le ricerche porteranno brutte notizie, ma non è dato sapere quando.

Una moglie

C’è stato un tempo in cui Mirella Manca era moglie di un pescatore, un Morlè come Antonio, di cui era cugino. Lo ha aspettato per una vita intera. Oggi aspetta il figlio, navigante sulle orme di suo padre. Mirella conosce ogni riflesso dell’attesa. Pescatori sposati prima con il mare. Figli d’acqua. «Quando il tempo si mette brutto cominci a pensare che magari si calmerà. Poi magari non è così e allora l’angoscia diventa più forte». Ogni famiglia porta addosso i segni del dolore. Alcune più di altre. Era già accaduto nel 1985. Pino Morlè era stato inghiottito nell’acqua degli Scogli Rossi. «Ricordo bene, un grande dolore – dice Mirella – Quando hai qualcuno che va per mare bisogna accettare che è molto più forte dell’uomo».

In chiesa

Stella Maris è una piccola chiesa di fronte al porto. Antonio e Maurizio facevano parte del comitato per la festa che ogni anno colora il borgo. I pescatori donano corone di fiori alla Vergine a cui affidano i pensieri più cari. «Il pensare in questi giorni è faticoso – spiega il parroco Franco Serrau – perché vedo una comunità affranta per come i fatti sono avvenuti. Marinai esperti e grandi conoscitori del mare eppure diventati vittime proprio di quel mare che tanto hanno amato e tanto ha dato loro per portare il pane a casa per le loro famiglie».

Don Franco interpreta un pensiero comune: «Il mare che ha strappato le due vite almeno restituisca i due corpi alle famiglie per dare loro una degna sepoltura».

In cimitero i nomi sulle lapidi raccontano la storia di queste genti. Ponzesi con la pesca nelle viscere. Generazioni con le mani rotte di fatica. Hanno costruito la frazione tirando su reti e famiglie. Quasi nessuno ieri ha messo la prua fuori dal porto, per cavare pesci dall’acqua. Della burrasca è rimasto solo l’odore.

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