CAMPOBASSO. Il giallo della ricina diventa un caso internazionale. Gli investigatori italiani chiedono aiuto a super esperti tedeschi per provare a chiudere il cerchio e individuare chi avvelenò Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia di Pietracatella morte lo scorso dicembre poco dopo Natale. I consulenti italiani vengono infatti affiancati dal direttore del Centro per i rischi biologici e patogeni speciali presso il Robert Koch Institut di Berlino, Christian Herzog, e dalla collaboratrice del laboratorio per le tossine biologiche dello stesso istituto tedesco, Sylvia Worbs.
La procura di Larino si è rivolta a loro perché l'istituto tedesco avrebbe sviluppato tecniche particolarmente avanzate in grado di individuare tracce di ricina anche a mesi di distanza. Dovranno analizzare, tra l'altro, i 70 alimenti sequestrati nei giorni successivi alla morte delle due donne, nelle case di Pietracatella dove vivevano la famiglia Di Vita e l'anziana madre di Gianni Di Vita. Si tratta soprattutto di cibi conservati in frigoriferi e freezer. Lo scopo è quello di verificare se in questi alimenti siano presenti o meno tracce di ricina.
Gli stessi consulenti dovranno anche cercare tracce del veleno da indumenti, mobili e altri oggetti presenti nella casa della famiglia. Ci sarà per questo un approfondito sopralluogo nell'abitazione. Infine tra i nuovi accertamenti disposti in queste ore ci sono pure quelli necessari per verificare la presenza di anticorpi contro la ricina in Gianni e Alice Di Vita con lo scopo di accertare l'eventuale avvenuta assunzione di veleno da parte dei due familiari delle vittime, gli unici superstiti del pasto fatale. Come è noto Alice Di Vita non ha mai avuto alcun sintomo mentre suo padre fu ricoverato allo Spallanzani di Roma in seguito ad alcuni malori, ma non è mai stato in gravi condizioni. Gli esami non hanno potuto escludere con certezza assoluta che anche l'uomo sia stato avvelenato, nonostante i suoi campioni siano risultati negativi alle analisi.
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