L’opera di un poeta tra i più grandi del 900 nel tempo è stata offuscata da una immagine pubblica fin troppo invadente, costellata di gesti eclatanti e di amori con donne belle e fatali: ora a riaccendere il faro sui versi di Gabriele d’Annunzio arriva la raccolta “Dolci le mie parole” dal sottotitolo “Le più belle poesie scelte e introdotte da Giordano Bruno Guerri” (Crocetti Editore, pp. 128, 16 euro), storico, autore di libri sul Vate e presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani.
In pochi anni il poeta scrisse la bellezza di 20 mila versi e per sceglierli, il criterio, spiega Guerri, è stato soprattutto «ispirato al mio gusto personale e alla mia sensibilità». Certo alla base c'è con l'autore «una vicinanza acquisita dopo decenni di studi e molti anni di gestione del Vittoriale, con D'Annunzio», sorride il curatore, «lavoriamo gomito a gomito: sono entrato nella sua opera cercando di avvicinarmi alla sua sensibilità e ho scelto anche le poesie che sento più moderne». Versi che, nel volume da domani in libreria, si susseguono in ordine cronologico. «Si va da “Primo Vere”, raccolta che lui scrisse a 16 anni quando era studente, fino all'ultima poesia “Qui giacciono i miei cani”, composta di getto davanti alle tombe dei suoi cani, esattamente 60 anni dopo». Ma il cuore del libro è ovviamente nei versi composti fra ‘800 e ‘900, il periodo delle “Laudi”.
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