Lanusei.

«Dermatite, il bestiame non si abbatte» 

Dino Garau, il veterinario pastore: dal morbo si vien fuori con i vaccini  

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«Dalla dermatite nodulare contagiosa si vien fuori con la vaccinazione, tutelando e proteggendo gli animali che hanno sviluppato anticorpi specifici in quanto rappresentano un patrimonio zootecnico capace di resistere agli shock sanitari derivanti da un’eventuale ricomparsa della malattia. E non abbattendoli».

Da una vita

Trent’anni da direttore del servizio veterinario di una Asl, nella fattispecie quella di Lanusei con parentesi a Oristano e Nuoro, bastano e avanzano per capire come si deve affrontare un flagello. Con la prevenzione e non con la distruzione. Dino Garau, 70 anni, un’adolescenza da studente-pastore nell’azienda di famiglia a Villagrande, ha una consolidata e robusta esperienza nel ramo. «In questi anni – ricorda – sono state eradicate nel nostro territorio la brucellosi ovi-caprina e bovina, la leucosi bovina, la tubercolosi bovina, la peste suina classica, la peste suina africana, il carbonchio ematico, la cenurosi negli ovini, la malattia vescicolare, riportata a casi sporadici l’agalassia contagiosa, compressa sul nascere la malattia di Schmallembergh, ridotta l’incidenza della echinococcosi cistica». E oggi, in presenza di un virus che sta mettendo in ginocchio l’intero comparto dell’allevamento bovino (bestiame chiuso nelle stalle, nessuna possibilità di movimentazione) ha la sua ricetta. «La lotta si fa e le misure di contenimento si dispongono conferendo più poteri all’autorità sanitaria locale, nella fattispecie i sindaci, e meno ai funzionari».

La scuola dell’ovile

Dino Garau, insomma, sa come si fa. Nel giorno del congedo a festeggiarlo c’erano un centinaio di amici. Tra loro Antonello Usai e Luigi Piras, autentici monumenti tra i veterinari di Sardegna. Per Dino Garau veri punti di riferimento in un percorso che però comincia da madre terra. «Se oggi posso guardare alla mia carriera di veterinario dirigente con soddisfazione e orgoglio - dice - lo devo anche alle mie radici. Il provenire da una famiglia di pastori e contadini mi ha trasmesso un patrimonio di valori inestimabile: la conoscenza sul campo del bestiame, la capacità di interpretare i segnali che ricavavano dall’ambiente e dal tempo atmosferico, la comprensione delle fatiche degli allevatori, il senso di responsabilità e rispetto verso la comunità allevatoriale per l’ambiente e dell’ospitalità». Non è un caso se “Dio è un pastore”, libro di Antonangelo Liori, foto di Francesco Pintore, sia stato presentato alla festa della pensione di Garau.

Rispetto

L’ovile è sacro. «Una struttura austera, costruita con pietra a secco, tronchi di ginepro, frasche, dove regnava un profondo senso dell’ordine e una pulizia sacrale, simboli della dignità e del decoro di chi lo abita». Il rispetto del pascolo altrui e dei confini (“sa lacana”) era una cosa sacra e inviolabile. «E dell’anziano come “su coilargiu”, un uomo in età avanzata – aggiunge Garau - la cui figura ispirava rispetto ossequioso. Persone a cui riconoscevi il valore dell’esperienza, che dovevi ascoltare, aiutare e nei cui confronti dovevi essere obbediente. Mettendo al primo posto il benessere e la salute degli animali, assistendone l’alimentazione, la nascita e la cura quotidiana, proteggendo il gregge dai pericoli climatici, dai predatori, dagli abigeatari, dall’imbiancamento. Trascorrevi le notti con “su saccu de coddos”, mantello realizzato interamente in orbace per proteggerti dal freddo. Questi valori hanno profondamente influenzato il mio percorso personale e professionale assicurandomi un rapporto unico con gli allevatori e il territorio».

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