«Papa Francesco ci ha chiesto di uscire dai conventi e noi lo abbiamo fatto con il pallone da calcio in mano». Suor Silvia Carboni, classe 1974, asseminese d’origine, missionaria e, per passione, calciatrice, sorride mentre lo ricorda. Perché quella frase, nata quasi per scherzo davanti al Papa, racconta bene la storia della Nazionale italiana di calcio delle suore: una squadra nata nel 2021, oggi composta da 22 religiose di 18 congregazioni diverse, che gira l’Italia con un pallone, un borsone e una missione: giocare a calcio per incontrare persone, storie, raccogliere fondi, abbattere pregiudizi e parlare, attraverso lo sport, di inclusione e solidarietà.
La storia
Prima di prendere i voti, giocavano già a calcio. La passione è rimasta, anche quando la vita ha preso un’altra strada. Così oggi può capitare di vedere una religiosa ultra quarantenne indossare pantaloncini e scarpini e tornare a fare quello che faceva prima di entrare in convento. «Il calcio da sempre è uno strumento di aggregazione, coesione e inclusione – racconta il mister Moreno Buccianti, che cinque anni fa ha dato vita al team –. Noi oggi scendiamo in campo soprattutto per iniziative benefiche e per sensibilizzare su temi come la violenza di genere e la tutela delle persone più fragili». La storia comincia da lontano. Nel 2005 Buccianti aveva fondato la Nazionale dei sacerdoti, mettendo insieme preti di diverse nazionalità accomunati dalla passione per il pallone. L’idea di una squadra femminile rimane a lungo nel cassetto. Poi arriva il 2021, la pandemia e, paradossalmente, il tempo per cercare le giocatrici. «Ho cominciato a fare scouting sui social e attraverso le parrocchie – continua Buccianti, che da bordo campo dà indicazioni alle consorelle –. Al primo raduno di Roma avevo otto sorelle. Da allora la squadra è cresciuta fino alle 22 di oggi».
La testimonianza
Tra loro c’è anche suor Silvia, tifosa Rossoblù, che con il calcio ha un rapporto profondo. «Con la Nazionale ho giocato persino allo stadio Olimpico e dall’olimpo del calcio siamo arrivati a quello divino, incontrando il Papa». Il ricordo di Francesco è uno dei suoi preferiti. «Ci ha chiesto: “Voi chi siete?”. Abbiamo risposto: “La Nazionale di calcio delle suore”. E lui: “Questa mi mancava!”. Allora gli ho detto: “Veramente è colpa sua: qualche anno fa – era il 2015 – ci ha detto di uscire dai conventi e noi lo abbiamo fatto con il pallone in mano”». Una battuta diventata quasi il manifesto della squadra. Perché quelle maglie e quei pantaloncini sono oggi un messaggio: «Con il progetto della nazionale di calcio delle suore – lo dice fiera suor Silvia – vogliamo abbattere stereotipi e pregiudizi dentro e fuori dalla Chiesa». Un’esperienza, aggiunge, «di Chiesa, apostolato intercongregazionale, per cui giriamo l’Italia intera».
La giornata
Ieri l’ultimo appuntamento che ha visto protagoniste le sorelle della nazionale. Il pallone è arrivato anche dietro le mura dell’Istituto Penale per minorenni di Quartucciu, dove le suore hanno incontrato i ragazzi insieme alle Glorie del calcio femminile. Maglia, pantaloncini e scarpini: da una parte le religiose, dall’altra i giovani dell’Istituto. Tutto attorno sugli spalti, polizia penitenziaria, operatori e consorelle. Nel pomeriggio secondo round. Al Crai Sport Center, il calcio è tornato in campo con il quadrangolare che ha riunito il neonato team Cagliari Women, Glorie del calcio femminile, Nazionale delle suore e una rappresentanza di giornaliste sarde. Una giornata speciale per festeggiare i 25 anni di vita religiosa di suor Silvia e i 25 anni della comunità per minori Emmaus di Elmas, che dirige. «Il calcio, però, resta il mezzo, non il fine», conclude il mister Buccianti. Dalla Sardegna al Madagascar, dove un progetto coinvolge circa 200 ragazzi attraverso una scuola calcio, la Nazionale continua a legare partite e solidarietà. E mentre cercano nuove giocatrici per allargare una rosa che cambia a ogni appuntamento, rimane una regola semplice: quando si scende in campo, per qualche ora, l’abito si mette da parte. E si gioca. Insieme.
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