Le tuniche bianche avanzano lente, in silenzio, lungo le strade di Villanova. I copricapi sulle teste, lasciano spazio solo ai volti, mentre poco più indietro le consorelle, vestite completamente di nero e avvolte nel loro velo, accompagnano il corteo con passo composto. Attorno, centinaia di persone: fedeli, curiosi, famiglie. Qualcuno osserva in silenzio, altri si fanno il segno della croce.
La tradizione
A Cagliari il Venerdì Santo non è solo una ricorrenza religiosa, ma un rito collettivo che attraversa i quartieri e lega generazioni diverse. Sin dalla mattina, davanti alla chiesa di San Giovanni, il cuore di Villanova, la città si raccoglie attorno a una tradizione che affonda le sue radici nei secoli.Alle 13.30 le porte si aprono. Gli stendardi del XVIII secolo escono per primi, seguono le consorelle poi il baldacchino che protegge la statua del Cristo crocifisso. È in quel momento che il silenzio si rompe: iniziano i canti de is cunfraris, profondi, cadenzati, antichi. Voci che sembrano arrivare da lontano, sospese tra sacro e memoria, come se appartenessero a un altro tempo.La processione prende forma e si muove lentamente. Da Villanova sale verso Castello, tra vicoli e scalinate, accompagnata dallo sguardo e dalle preghiere di chi osserva e di chi partecipa. «È un atto di fede che portiamo alla città, una tradizione secolare che custodiamo con orgoglio», spiega Giampaolo Marras, presidente dell’Arciconfraternita della Solitudine, che ha guidato la funzione. «Questa processione nasce durante la dominazione spagnola e da secoli viene tramandata. È un momento di preghiera per tutta la comunità».Il corteo arriva alla Cattedrale di Santa Maria dove, alle 14.30, l’arcivescovo monsignor Giuseppe Baturi celebra la funzione religiosa. Il Cristo, sorretto da confratelli e consorelle, entra per primo, seguito dalla Madonna Addolorata. Poi, il rito prosegue secondo tradizione: il simulacro del Cristo resterà per tutta la notte lontano dalla Chiesa di San Giovanni, mentre la Madonna farà ritorno con i confratelli.
I fedeli
Tra le consorelle c’è chi questa tradizione la vive da una vita. «Per tutta la Passione del Cristo siamo dedicati a lui. Dalla Quaresima fino alla reposizione dei simulacri siamo sempre presenti. È qualcosa che si fa con passione», racconta Chiara Melis, da oltre sessant’anni abitante di Villanova.«Sono i giorni più importanti dell’anno liturgico», sottolinea don Cristiano Piseddu, cappellano dell’Arciconfraternita. «La città accompagna Cristo affidandogli speranze e dolori. Qui la fede è parte essenziale dell’identità e della cultura».
I sentimenti
Tra la folla c’è anche chi partecipa per la prima volta. «È molto emozionante vivere la Passione in prima persona», racconta Doriana. Per altri è un ritorno che si rinnova ogni anno. «È la nostra storia, una tradizione che non deve andare perduta», dice Rina Pinna, originaria di Sant’Antioco ma a Cagliari da decenni. «I canti e la partecipazione della gente sono fondamentali».Un sentimento condiviso anche da Roberto Pianta, cagliaritano: «È un momento religioso forte, che mi commuove ogni volta. Ma va preservato nel suo significato più profondo, perché non diventi solo folklore».Ma la giornata prosegue oltre il cammino, con diverse celebrazioni. Altre due processioni si svolgono tra le vie della città, dall’oratorio del Santissimo Crocifisso e dalla chiesa di Sant’Efisio. Poi intorno alle 19, nella chiesa di Santo Sepolcro, la rappresentazione della Passione e Morte di Gesù precede la Via Crucis tra le strade della Marina.
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