Ilaria Cucchi siede in commissione Giustizia, ma già da prima di entrare in Senato con Avs aveva dovuto familiarizzarsi con il diritto penale, nei lunghi anni di vicenda processuale per ottenere la verità sulla morte di suo fratello Stefano. Per cui ieri pomeriggio a Cagliari, prima del dibattito al cinema Odissea che è seguito alla proiezione di “Diaz”, la sua sembrava più una diagnosi che un’opinione quando diceva: «Non si riesce neanche a intravedere l’utilità di questa riforma della giustizia, almeno per i comuni cittadini»
La giustizia riguarda tutti.
«Guardi, lo dico da persona ha dovuto, suo malgrado, occuparsi di penale: può capitare di imbattersi in vicende come quella che è capitata alla sottoscritta, ma è un ambito che può riguardare molto più i colletti bianchi e in particolare i politici. I problemi dei comuni cittadini generalmente hanno a che fare con il diritto civile, con quello amministrativo o il tributario: è lì che tocchiamo con mano le grandi difficoltà della giustizia: lentezza dei processi, organizzazione e sottodimensionamento degli organici. Ma questi sono aspetti che la riforma non tocca, per cui è chiaro che non ha minimamente l’obiettivo di migliorare la vita dei cittadini».
Ci sono più raffreddori che malattie letali, ma le seconde fanno più paura. E il penale spaventa più del civile.
«Però non raccontiamoci la storiella che i problemi della giustizia nascono dal Pm che prende il caffè con il giudice: chi ha esperienza di processi sa bene che è l’ultimo dei problemi. Intanto perché non potresti impedirlo comunque, e poi perché rispetto a quel caffè è molto più pericoloso quando sul processo influisce la politica. Guardi quello che è successo a me, o a Rogoredo o con il caso Aldrovandi».
Ma perché a un colletto bianco che va a processo dovrebbe far comodo trovarsi di fronte un pm dai poteri più forti e incisivi?
«Perché dovrà fare i conti con una magistratura ancora più condizionata dalla politica, che già oggi entra quotidianamente a gamba tesa sulla giustizia, attaccando i magistrati che aprono determinate inchieste o che emettono sentenze non gradite. L’obiettivo della riforma è assicurare alla politica pieni poteri sulla magistratura. Sa, i magistrati oggi sono scomodi già per un semplice fatto tecnico: quando si adottano provvedimenti pasticciati, una volta che si arriva in aula il magistrato può solo dire che sono inapplicabili. È il caso del primo pacchetto sicurezza: in ogni audizione gli esperti sono venuti a dirci che in quei termini sarebbe stato non solo inutile, ma inapplicabile. Ed è puntualmente successo».
La politica delegittima la magistratura, ma la magistratura ha dato una mano. Palamara non faceva l’idraulico.
«Fra dire che alcuni magistrati hanno delle responsabilità e punirli tutti in blocco con una riforma del genere, mi sembra che ce ne passi».
Dica la verità, ha esultato quando Giusi Bartolozzi, dibattendo con lei in tv, ha fatto autogol parlando dei giudici “plotoni di esecuzione”?
«Onestamente sono rimasta senza parole. L’atteggiamento della dottoressa Bartolozzi rende bene il senso di impunità di un potere che si sente libero di fare e dire qualunque cosa» .
Il dialogo comunque non era cominciato bene.
«Appena ho esordito spiegando che il mio era un punto di vista da cittadina si è innervosita: “Lei non è una cittadina, è una senatrice”. Mi sembra indicativo di una mentalità di grande distacco dal popolo, direi da casta. Se una senatrice non deve considerarsi una cittadina, è chiaro che poi la gente non va a votare».
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