Passare la notte al freddo, lavorare ore dietro il bancone in un camion bar e ritrovarsi, alla fine, con incassi che non bastano a coprire le spese. E adesso – con l’aggiornamento delle tariffe del Canone unico patrimoniale, recentemente approvato – anche la prospettiva di dover pagare migliaia di euro in più per occupare pochi metri quadrati di suolo pubblico. Per gli operatori dei camion bar in città il rischio è concreto: «In queste condizioni non si può lavorare», dicono all’indomani di un incontro con l’Amministrazione, alcuni annunciando addirittura la possibilità di abbassare la serranda. «E se non otterremo risposte – annunciano – torneremo a protestare».
L’incremento
«Non si può continuare così: a questo punto lavorare non conviene più», dice Mauro Zedda, presidente regionale dell’associazione Ambulantandor, che denuncia aumenti dei canoni fino al 300%. Allo stadio, per una postazione di sei metri per due, si è passati da 180 a 500 euro al mese, alla Fiera da 13,80 euro al giornoa oltre 70. All’Ossigeno si arriverebbe a 12 mila euro l’anno, mentre al Poetto tra i 9 e gli 11 mila euro. «Mille euro al mese per un pezzo di catrame – sottolinea –. Con la stessa cifra potremmo permetterci un negozio in centro». A preoccupare gli operatori però, sono soprattutto gli arretrati. Le nuove tariffe, infatti, sono state applicate anche al 2026, con il ricalcolo dei canoni già pagati e l’invio, a fine ottobre, di richieste integrative da saldare entro i primi giorni di novembre. Un’amara sorpresa per chi aveva già versato l’intera annualità. A questo si aggiunge il cambio di classificazione delle concessioni, da occupazione permanente a temporanea, che comporta tariffe diverse. «Ci sentiamo presi in giro», protesta Zedda.
La protesta
Circa cento gli autobar coinvolti: cinquanta solo nella zona dello stadio, oltre alle attività presenti a Marina Piccola, San Bartolomeo e all’Ossigeno, e decine di singoli stalli per le vie della città. «Ogni mezzo dà lavoro a tre o quattro persone. Parliamo di tante famiglie – continua Zedda – Se scendessimo tutti in piazza potremmo bloccare la città». Una minaccia tutt’altro che secondaria, alla quale potrebbero unirsi anche i titolari di bar e ristoranti con tavolini all’aperto, tutti colpiti dal recente adeguamento tariffario.
Le storie
Dietro i numeri ci sono poi storie di attività che rischiano di non reggere l’urto. Gianmauro Sergi, titolare dal 2006 di una postazione in via Puglia, a gennaio aveva già versato oltre tremila euro per saldare in anticipo l’intera annualità. La settimana scorsa la sorpresa: «È arrivata un’altra comunicazione: 2.800 euro di integrazione da pagare entro il 6 novembre», racconta. «Ho chiesto una rateizzazione. Ma se ci sono stati errori nella gestione delle tariffe – quelle applicate negli ultimi 30 anni dice –, non possono ricadere su chi ha sempre pagato». Ma la preoccupazione non riguarda soltanto i conti, con lui lavora anche una dipendente e la possibilità di dover sostenere nuove spese mette in discussione la tenuta dell’attività. «Gli incassi non bastano. Rischiamo di chiudere».
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