La storia

«Così operiamo i piccoli cuori» 

A Barcellona un intervento storico del cardiochirurgo sardo Stefano Congiu 

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L’uomo che aggiusta i cuori del mondo è cagliaritano, ha 52 anni e migliaia di miracoli disseminati qua e là. L’ultimo a Barcellona, all’ospedale Sant Joan de Déu, dove Stefano Congiu, primario della Cardiochirurgia pediatrica, ha impiantato il pacemaker più piccolo al mondo su una bimba prematura.

«Certo, era un caso complesso, ma nessun miracolo, cerco soltanto di fare il mio lavoro con scrupolo e precisione», dice lui che - eccellenza medica a parte - è piuttosto modesto. Anche se in Spagna tutti i giornali parlano di questo straordinario successo professionale e umano, che ha regalato alla piccola Amira una vita normale e al chirurgo nostrano l’ennesimo riconoscimento.

L’impresa

Assicura che la gratificazione più grande sono i sorrisi dei genitori; quei grazie che spingono a fare sempre di più. Anche quando il destino sembra già scritto, ma lui riesce a cambiarlo. Lo ha fatto con Amira, venuta al mondo di 2 chili e cento grammi e una grave alterazione del ritmo cardiaco scoperta quando ancora era nella pancia della mamma.

«Abbiamo monitorato attentamente la gestazione, rilevando nel secondo trimestre una grave brachicardia che ci ha portato a indurre il parto. La sfida più grande è stata trovare un pacemaker adatto a una neonata così piccola».

È arrivato dall’America: due centimetri circa di diametro, il più piccolo al mondo, realizzato da un ingegnere iraniano dell'azienda Abbott. «Dopo aver richiesto e ottenuto un’autorizzazione urgente dall'Agenzia spagnola per i Medicinali e i Prodotti Sanitari, abbiamo contattato e collaborato con gli ingegneri dell'azienda statunitense che hanno modificato il pacemaker, sino a oggi inserito all'interno delle cavità cardiache, con un elettrodo per poter eseguire un impianto epicardico fondamentale per la piccola», spiega. «Amira sta bene e potrà avere un vita identica a ogni altro bimbo». Eccolo, l'ultimo miracolo in ordine temporale. Ma alle spalle c'è tanto altro.

Sola andata

Congiu tiene a precisare che non è uno di quei classici cervelli costretti alla fuga («La mia è stata una sfida personale»).

Dopo la laurea all’Università di Cagliari ha fatto le valigie: specializzazione a Parma e poi a Barcellona, a 38 anni è diventato responsabile del servizio di Cardiochirurgia congenita a Leeds, in Inghilterra, e poi è tornato a Barcellona, al Sant Joan de Déu, dove attualmente lavora. Gavetta al completo: dimostrazione dell'inflazionato detto “volere è potere”, che probabilmente funziona più altrove che in casa.

«I paragoni sono antipatici ma mi sento dire che sia in Inghilterra che in Spagna la meritocrazia esiste». E siccome è irrimediabilmente modesto aggiunge il fattore fortuna: «Trovarsi nel posto giusto al momento giusto aiuta».

Bisturi e cuore

Il medico cagliaritano ha valicato quota 3mila interventi e da anni dispensa salvezza anche negli angoli del pianeta più sfortunati. Per tentare di raddrizzare il disequilibrio originario, due volte all’anno parte con l'associazione benefica inglese di cui fa parte, la Heating Little Hearts , che per motto ha “ Give a child new life ”: dare a un bambino una nuova vita. Detto fatto.

È stato più volte in Angola, India, Perù, Bolivia Argentina, Nepal. «La prima missione non la dimentichi, ti cambia profondamente ed è impossibile descriverla», racconta. «Poi in un certo senso ti abitui a tutto, alla povertà estrema, alle famiglie disperate che viaggiano per giorni sul carretto per raggiungerci, ai paesi dove al posto del medico ci si rivolge allo sciamano perché non ci sono alternative. Ma ci sono due cose a cui non mi abituerò mai: la prima è la morte di un bambino. Te la porti dentro in eterno. La seconda è dover scegliere a chi dare una seconda possibilità. Quando vado in missione vorrei salvare tutti, purtroppo non posso».

E già pensa alla prossima trasferta fissata per inizio giugno.

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