Dalla gioia alla paura. Vanina Pili, 51 anni, e Mino Minardi, 54, sono di Sestu e stanno vivendo lunghe e difficili giornate a Dubai. «Stiamo cercando di tornare, ma purtroppo molti voli vengono cancellati e ovviamente hanno la precedenza famiglie e bambini». Dopo la razionalità, però, lo sconforto: «Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni. Noi non siamo mai stati contattati dalla Farnesina né dall’Ambasciata e senza successo abbiamo provato a chiamare». Lui lavora «in un’azienda che commercializza metalli preziosi, io studio alla Ef School». Da un giorno all’altro si sono ritrovati in guerra. «Un incubo».
Il 28 febbraio, «ci trovavamo a un chilometro dalla prima esplosione – ricorda Pili –. Stavamo prendendo un caffè con amici italiani e ci siamo messi subito in macchina, erano circa le 13.30. Poi, tornati al centro di Dubai dove alloggiavamo al Grand Plaza, sono stati evacuati da un altro locale». Ore e poi giorni disperati: «Ho chiamato mia mamma e nostro figlio che erano ancora ignari, ho chiesto perdono per la preoccupazione loro procurata. Contemporaneamente abbiamo visto in diretta l’esplosione a Palm Jumeirah», dice la 51enne riferendosi all’isola artificiale di Dubai. «Noi eravamo al ventitreesimo piano del nostro hotel. Io e mio marito ci siamo stretti in un abbraccio e ci siamo detti: “È la fine, stiamo per morire”. C’erano anche due dipendenti dell’albergo che ci tenevamo la mano per darci coraggio».
Adesso la coppia è ospite a casa di amici. «Vogliamo stare con loro», sottolinea Minardi. Ma i due aspettano di tornare. «Sentiamo ancora le bombe, qui c’è una calma irreale. Speriamo di poter abbracciare presto i nostri cari».
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