C’è una linea di coerenza rara che attraversa tutta la vita di Luigi Pintor: il rifiuto delle semplificazioni, delle appartenenze comode, delle parole che assolvono. Politico, fondatore e anima inquieta del quotidiano il Manifesto, Pintor ha praticato il giornalismo come forma di responsabilità sociale e la scrittura come esercizio civile, diffidando sempre del consenso e delle lusinghe del potere. Di questa eredità politica e giornalistica si discuterà mercoledì 21 (alle 19) a Cagliari, al Cornetto Acustico di via San Giovanni 219, in occasione della presentazione del libro “La vita indocile”. Un incontro guidato dal giornalista Jacopo Onnis in dialogo con Roberto Loddo.
Il volume
A cento anni dalla nascita, “La vita indocile”, ripubblicato da Bollati Boringhieri, consente di rileggere quella traiettoria esistenziale e politica da una prospettiva intima ma mai privata. Le quattro prose autobiografiche raccolte nel volume, scritte tra il 1991 e il 2003, non sono memorie in senso tradizionale: Pintor non racconta per spiegarsi né per giustificarsi. Si volta indietro sapendo che «i conti non torneranno» e accetta l’incompletezza come unica verità possibile. La sua è una lingua nuda, scarnificata, che non concede attenuanti all’io narrante e che mantiene un pudore assoluto su nomi, luoghi, date. Un tratto che appartiene tanto allo scrittore quanto al giornalista: la scelta di non occupare la scena, di lasciare che siano i fatti e le contraddizioni a parlare. Anche quando racconta la politica, Pintor ne mostra il lato tragico e irrisolto: la storia attraversata da combattente, gli affetti spezzati. La «fantasia illimitata» del male si è accanita sulla sua vita e un’aspirazione giovanile – «diventare un idiota», nel senso greco del termine, cioè restare in disparte con innocenza – sistematicamente negata.
Come ricorda Riccardo Barenghi nella postfazione del libro, è difficile trovare qualcosa di più profondo nella sua essenzialità. Una profondità che si ritrova anche nelle migliaia di articoli scritti da Pintor, dove l’ironia secca, l’intelligenza critica e il rifiuto della retorica hanno fatto scuola.
Decine di migliaia di lettori hanno riconosciuto in quella scrittura una conoscenza del dolore e del potere, grati a Luigi Pintor per non aver mai ceduto al silenzio come neppure all’autoassoluzione.
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