Nella tenda riformista di Matteo Renzi porte «più che aperte, spalancate» a Carlo Calenda. «Mi sto sgolando con gli amici del centrosinistra: basta polemiche, ora uniti e andiamo a vincere. Se non vinciamo, la Meloni va al Quirinale e Vannacci a Chigi», avverte il leader di Italia Viva. Ma il capo di Azione morde la mano tesa da Renzi: «Matteo, l'unico piano che hai è quello di trovare un taxi, e te lo dice un ex tassista, fino alla prossima poltrona. Per fare questo non esiti a genufletterti a Conte, Avs e tutto il Campo largo, che poi tradirai come sempre hai fatto il giorno dopo a meno che non ripristino la possibilità di farti pagare dagli autocrati stranieri. Il problema è che questa volta non ti seguiranno neanche i tuoi elettori storici. Per questo ti dimeni come un'anguilla. Fai la cortesia di tenerci fuori dalle tue convulsioni. Noi rimarremo dove ci hanno messo gli elettori: al centro».
Parole forti, quelle di Calenda. Del resto, neppure Renzi nella sua intervista a Repubblica si era trattenuto dal pungere: «Calenda cambia idea sempre la sera prima della presentazione delle firme. Ma comunque meglio avere tutti dentro e vincere che fare questioni di lana caprina e perdere. Prepariamoci ad accoglierlo senza polemiche». La cosa certa è che l'emendamento anti-cespugli approvato alla Camera nel primo sì alla legge elettorale mette Renzi in pole come federatore. Infatti: con la modifica voluta da Forza Italia, non concorrono nella cifra nazionale per stabilire il premio di maggioranza le liste collegate che non raggiungono il 3% e che non siano la prima lista sotto questa soglia. Si tratta di una norma anti-frammentazione che punta ad evitare la dispersione dei voti, costringendo le forze minori a convergere in un unico contenitore, per una sorta di “voto utile”. Salvo correzioni al Senato, con questa disposizione si riduce di parecchio il potere di veto dei piccoli. Con il Rosatellum la soglia è l’1%. Con la nuova norma i voti dei cespugli andrebbero persi.
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