Inchiesta

Castello, tra disservizi e B&b «Resistiamo solo per amore» 

Un quartiere a misura di turista: la denuncia di residenti e commercianti 

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Svetta sul colle più alto della città, conservando intatta la sua bellezza e autenticità. Oggi appare un po’ malinconico e solitario, ma tra le sue viuzze strette e le ripide salite, i raggi di sole filtrano ancora dalle finestre di chi, con tanta resilienza, ha deciso di restare.

È Castello alto, il quartiere storico fondato dai Pisani e fortificato con mura, torri e bastioni. Un luogo difficile, un tempo ad alta densità di popolazione, in cui in piccoli appartamenti convivevano nonni, figli e numerosi nipoti, in cui si assaporava una vita povera ma condivisa. «In Castello vivevamo bene, eravamo felici. Potevi lasciare la porta aperta e andare al mercato, a volte capitava anche di entrare a casa della vicina e girare il sugo mentre era a fare la spesa», racconta malinconico Roberto Marras, nel quartiere da 68 anni, nato e cresciuto qui, così come sua madre e le generazioni addietro. «Oggi capita persino che vicini dello stesso palazzo non si conoscano neppure». Una storia di amore e appartenenza, un legame indissolubile che lega i castellani alle proprie case, nonostante le tante ragioni che avrebbero per andar via.

I disagi

Sono rimasti in pochi quassù, ad ammirare il panorama del Golfo degli Angeli, dove l’orizzonte si colora di rosso al tramonto e i rumori del traffico sono un incubo lontano. In circa vent’anni la popolazione è passata da 1640 a 1309 residenti, perdendo il 2 per cento di abitanti all’anno. Sono tante le ragioni che spingono i castellani ad abbandonare la propria fortezza: dove un tempo c’erano botteghe, artigiani, macellerie e latterie, ora è desolazione. Resistono solo pochi negozi, qualche bar e trattoria, e una scuola elementare semivuota. Non c’è più l'ufficio postale né il bancomat. A mancare sono anche edicola e tabaccheria, «ci hanno tolto persino l’agenzia funebre, in piedi resta solo la farmacia e non abbiamo il medico di base», spiegano i residenti. Gli ascensori ci sono ma non sempre funzionano, e per arrivare in cima passa solo il “pollicino”, ogni trenta minuti se si è fortunati. «Qui un tempo si facevano mercatini, si vivevano il Carnevale e il Natale. Oggi tutto è stato spostato e qui ci si sente abbandonati dall’amministrazione».

A misura di turista

Uno splendido monumento, ricco di storia e bellezza ma che anno dopo anno è sempre più a misura di turista. Per i più affezionati: «I B&b stanno rovinando l’anima conviviale di questo quartiere», i residenti vanno e vengono. Molti palazzi fatiscenti sono stati ereditati o acquistati dalla “nuova nobiltà”, come li chiamano tra le vie, e nella maggior parte dei casi sono diventati strutture ricettive o stanno in affitto solo per pochi mesi l’anno. «Tra gli aspetti negativi forse c’è il fatto che non si trovino appartamenti per chi vuole trasferirsi in maniera permanente, qualunque spazio diventa ormai affitto turistico. Un dato non necessariamente negativo, ma così facendo la storia del quartiere rischia di scomparire», spiega Mercedes Mariotti, curatrice di un museo nel quartiere.

Chi è rimasto

Eppure c’è anche chi, nonostante tutti i disservizi, decide di restare, e lo fa a testa alta. «Io sto resistendo per il legame che ho con questo quartiere. Sono qui proprio per amore, però è molto faticoso – racconta Bonaria Abis, commerciante da 40 anni in piazza Carlo Alberto – In tanti si fermano incuriositi dalle mie vetrine, nate dove, sin dall’Ottocento, si trovava una vecchia bottega alimentare».E tra le chiusure di massa non passa inosservata una nuova apertura: un piccolo negozio, qualche scaffale, giusto l’essenziale. «Volevamo rispondere all’esigenza dei tanti anziani del quartiere, costretti a spostarsi ogni giorno con il pollicino per fare la spesa. Qui, a differenza dei market “acchiappa turisti”, pensiamo prima ai castellani», spiega Denise Damele, giovanissima testimone di vite intere passate tra queste vie e ben consapevole del loro valore.

E infine c’è chi esce di casa la mattina proprio per recarsi nel quartiere e assaporarne la “vita lenta”, come Fabio Lovieselli, papà di due bambini: «Qui possono ancora giocare in piazza come si faceva una volta, una libertà che forse non avrebbero altrove».

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