Era il 1988 quando il diacono, professore di storia e filosofia, Nico Grillo fece scavare le fondamenta di una casa che aveva deciso di costruire nelle campagne di San Lorenzo. Non sapeva, all’epoca, che quelle sarebbero state anche le robustissime fondamenta del miracolo di Casa Emmaus che ha già cambiato la vita di migliaia di persone passate per la città mineraria. Trentotto anni di storie di riscatto sociale, rinascita e inclusione nel cuore di Iglesias.
Il percorso
«Quel lungo cammino è cominciato proprio il 25 aprile di quel lontano 1988 – racconta Giovanna Grillo, figlia di Nico, che oggi guida Casa Emmaus – all’epoca mio padre aveva donato la casa alla Diocesi di Iglesias e in breve tempo era diventata un punto di riferimento per i giovani che cercavano di affrancarsi dalla tossicodipendenza». Ma in breve tempo si scoprì che erano tante le dipendenze da combattere». Anno dopo anno, il cammino di Casa Emmaus ha fissato nuovi traguardi: «Con la “Casa di Angela”, unico posto in Sardegna che accoglieva le donne con figli al seguito decise a combattere la tossicodipendenza, si fece un passo enorme – continua – ma fu quando si decise di accogliere le persone con doppia diagnosi, ovvero dipendenza e problema psichiatrico, che in tanti capirono l’importanza di Casa Emmaus. Si seguiva l’insegnamento di Gesù, ovvero “accogliere quelli che nessuno vuole”: si affrontava un bisogno che fino a quel momento nessuno aveva avuto il coraggio di guardare negli occhi».
Gli aiuti
Che i campi del bisogno fossero ancora tanti lo si capì quando esplose l’emergenza Nord Africa e Casa Emmaus decise di fare la sua parte, «seppur in un discreto silenzio che ha fatto in modo che la comunità locale quasi non si accorgesse delle centinaia di migranti». Giovani, donne e bambini seguiti, passo dopo passo, dall’arrivo nell’Isola sino al riscatto sociale fatto di insegnamento dell’italiano, scuola, formazione tecnica, ricerca de lavoro: «Percorsi meravigliosi ancora oggi in corso a Iglesias. – spiega Giovanna Grillo, che tra i mille esempi ricorda tanti ragazzi strappati al fronte in Siria – Giovani cristiani e musulmani per i quali il destino sembrava già scritto e invece siamo riusciti a cambiarlo grazie all’ottenimento di un visto per ragioni di studio. Sono arrivati qui, hanno studiato, hanno trovato un lavoro e la loro vita è cambiata per sempre».
La salute
Vita cambiata come quella delle ospiti de “Lo Specchio Dan”, un’altra scommessa vinta, per la lotta ai disturbi dell’alimentazione e della nutrizione: «Siamo diventati un punto di riferimento nazionale – racconta con orgoglio Giovanna – si tratta di una realtà in continua evoluzione perché è un settore dove le storie e le richieste di aiuto sono molteplici e variegate e la professionalità e la competenza che i nostri operatori offrono è di altissimo livello». Il tema delle competenze e delle professionalità è fondamentale perché fa emergere un altro aspetto importante del miracolo di Casa Emmaus: «Circa 200 persone tra professionisti esterni, dipendenti, volontari, tutor e tante altre figure lavorano per Casa Emmaus – sottolinea la presidentessa – e tutti con lo stesso obiettivo: aiutare le persone che bussano alla nostra porta a diventare di nuovo protagoniste della loro vita dopo il superamento di un disturbo alimentare, di una dipendenza di qualunque genere, di una depressione per un divorzio difficile o per la perdita del lavoro, di una malattia che da soli non si era riusciti ad affrontare».Il tema della malattia permette di raccontare l’ultimo (per ora) tassello del grande viaggio di Casa Emmaus: quello di Talità Kum, la sanità gratuita offerta grazie ai medici e operatori volontari a chi non ha i mezzi per pagare quella privata quando la sanità pubblica non dà le risposte necessarie: «Questo progetto avviato in collaborazione con la diocesi e il Comune di Iglesias e ora esteso a vari Comuni del territorio ha generato una catena di solidarietà – conclude Giovanna – non a caso abbiamo investito tutti i nostri utili per realizzarlo e i risultati, oltre duemila visite in dieci mesi, sono il giusto input per capire che non ci si deve fermare».
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