NEW YORK. Lo Stretto di Hormuz «è chiuso fino a nuovo ordine». No, è aperto. La battaglia fra Iran e Stati Uniti sull’importante crocevia riesplode fra minacce e attacchi incrociati che fanno tremare l’intero Golfo. E ieri i media di regime con una sola voce hanno dedicato le prime pagine alla ritorsione invocata da Mojtaba Khamenei, con minacce dirette a Israele.
Battaglia sullo stretto
«Hormuz è aperto. Li abbiamo colpiti duramente», ha assicurato Donald Trump senza esitazione al termine di un’altra nottata di raid contro l’Iran, ripresi anche ieri sera intorno alle 23. Teheran «non controlla lo Stretto»: le forze americane sono schierate e pronte a «garantire la libertà di navigazione, nonostante le ingiustificate aggressioni, le minacce e le dichiarazioni arbitrarie dell’Iran», gli ha fatto eco il Centcom prima di procedere a nuovi attacchi vicino a Hormuz per colpire sistemi missilistici e di difesa aerea, ma anche piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in diverse aree nello Stretto. Negli ultimi due giorni una calma apparente nello Stretto e i colloqui a Muscat fra l’Iran e l'Oman in presenza del Qatar avevano lasciato sperare. Poi la situazione è di nuovo precipitata: nella notte fra sabato e domenica, infatti, l’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto dopo aver lanciato un drone contro una nave battente bandiera cipriota perché, secondo la versione di Teheran, non ha rispettato gli avvertimenti lanciati per cambiare rotta. La risposta americana non si è fatta attendere. Le forze a stelle e strisce hanno lanciato il terzo round di attacchi della settimana contro l’Iran colpendo 140 obiettivi militari vicino allo Stretto, e portando a 310 il totale della settimana. Ieri notte nuovo round di attacchi Usa. Il regime ha risposto con raid mirati alla basi americane in Medio Oriente: tre missili iraniani sono caduti in Giordania mentre il Qatar ha annunciato che tre persone, fra cui un bambino, sono rimasti feriti da schegge durante le intercettazioni di missili della Repubblica Islamica. Nel mirino dell’Iran è finito anche l’Oman che ha convocato l’ambasciatore in protesta contro i raid, accusando pubblicamente Teheran di aver preso di mira il suo territorio. Una dura condanna è arrivata anche dall'Arabia Saudita. Il braccio di ferro su Hormuz sta facendo infuriare Trump. «Avevamo un accordo con l’Iran» sabato prima dell’attacco, «un’intesa perfetta. L’Iran stava cedendo su tutto, poi sono usciti dalla stanza e, nel giro di un’ora, hanno lanciato un drone contro una nave. Sono malati, c’è qualcosa che non va in loro».
I media iraniani
Sul quotidiano Kayhan, considerato il megafono degli ayatollah, il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che «i raid contro le sole basi americane non sono sufficienti», chiedendo di concentrarsi sul «punto più vulnerabile degli Stati Uniti»: Israele. Secondo lui, «il regime sionista è il cane da attacco degli Usa e mettere nel mirino le sue infrastrutture e i suoi centri di potere rappresenterebbe un colpo diretto a Washington». Sui giornali la parola “vendetta” è stata scritta in ebraico, inglese e farsi, svelando l’intenzione di raggiungere una platea più vasta, in particolare quella israeliana.
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