La doccia è freddissima. E rischia di valere uno tsunami in riva al mare italiano. Incluse le coste sarde. Il casus belli è una sentenza della Cassazione, la numero 3657 del 29 gennaio scorso. Per la Seconda Sezione (presidente Paola Di Nicola, relatore Maria Cristina Amoroso), uno stabilimento balneare, per occupare il demanio marittimo in maniera legittima, quindi poter affittare ombrelloni e lettini, deve aver ottenuto la concessione con un regolare bando pubblico. Non attraverso una proroga. Diversamente si configura l’occupazione abusiva della spiaggia.
La vicenda
Il provvedimento degli Ermellini sta cominciando a fare il giro delle chat. Anche perché il tema delle proroghe automatiche è una vecchia questione tutta italiana, costata al nostro Paese una procedura d’infrazione, aperta nel 2008 dall’Unione europea con il numero 4909. In buona sostanza, all’Italia si contestava il fatto che, in assenza di bando pubblico per il rilascio delle concessioni, non venisse rispettato il principio della libera concorrenza. Ovvero «l’accesso al mercato balneare, a pari condizioni, a tutti gli operatori economici», come stabilito nel 2006 dalla direttiva Bolkestein, recepita in Italia due anni dopo. Vero che la sentenza del 2026 riguarda un caso specifico, il destino di uno stabilimento nel litorale abruzzese di Teramo, ma conferma un principio. Ribadisce la validità della rotta europea, sposata anche dal Tar Sardegna, ricorda la Cassazione.
Possibili effetti
Ai balneari italiani la direttiva Bolkestein non è mai piaciuta. Tanto che la patata bollente dei bandi è passata da un Governo all’altro. L'ultimo tassello è datato 2024: con la legge 166 il Parlamento ha convertito in legge il dl 131, sugli “Obblighi derivanti delle procedure di infrazione”. È stato così previsto che il nostro Paese ha tempo sino a settembre del 2027 per «fissare il termine delle gare pubbliche», attraverso cui assegnare le concessioni. Insomma, tra un anno si deve obbligatoriamente concludere la transizione chiesta a Bruxelles e ottenuta da Roma «per consentire ai titolari di stabilimenti balneari di completare l’ammortamento degli investimenti, nelle more del riordino complessivo della disciplina». Diversamente scattano le sanzioni europee. Ma intanto la Cassazione l’ha chiarito. «Se lo stabilimento balneare non ha le carte in regola, quel tratto di costa torna a essere una spiaggia libera a tutti gli effetti, dove nessuno può più vantare pretese economiche basate su concessioni scadute o rinnovate in modo irregolare», spiega Angelo Greco, l'avvocato-influencer del sito “La legge per tutti”.
Sindacato e Comuni
Dal Sib, l’organizzazione dei balneari, minimizzano il contenuto del dispositivo di gennaio. Almeno, ci provano. «Si tratta – dicono – di una sentenza cautelare. Significa che è provvisoria e non definitiva», anche se «nel merito conferma un orientamento già più volte manifestato in passato dalla giurisprudenza penale. Tuttavia – continua la nota del sindacato – l'occupazione dell'area demaniale da parte del concessionario uscente è da considerarsi legittima fino al 30 settembre del 2027». Decisamente più prudente la linea di Ignazio Locci, che nell’Isola è presidente del Cal, il Consiglio per le autonomie locali, ma sulla sentenza degli Ermellini parla da sindaco di Sant’Antioco e dice: «Occorre mettere subito a bando la risorsa disponibile. Diversamente sarà impossibile provare a studiare strade giuridiche che consentano di prendere in considerazione le posizioni di chi ha le concessioni scadute o prorogate per provvedimento legislativo. Può sembrare paradossale, ma il rispetto dei principi della direttiva Bolkestein si dimostrano proprio attraverso la messa a disposizione di nuova risorsa. Si tratta ovviamente di patrimonio pubblico che deve essere valorizzato al meglio».
Legambiente
Dall’associazione verde la presidente regionale guarda con attenzione la disposizione della Suprema Corte e fa un ragionamento complessivo. «Il 2027 è domani ma poteva essere ieri. Purtroppo – sottolinea Marta Battaglia – sino a oggi l’Italia ha rinunciato a prendere in carico una questione che invece va affrontata. In Sardegna, per fortuna, non abbiamo un problema di quantità: i litorali occupati dalle concessioni sono il 21%, a fronte di un dato medio nazionale che supera il 70. Ma il lavoro che dobbiamo fare è sulla qualità: anche il ciclone Harry ha dimostrato quanto le coste siano ambiti fragili, esposti all’erosione. Vuol dire che al mercato i litorali vanno affidati con criteri più stringenti, con regole fondate sull’uso consapevole».
La presidente di Legambiente Sardegna chiude così: «Vero che la Regione ha dato linee guida precise, prevedendo gli spazi per le concessioni demaniali attraverso i Pul, i Piani di utilizzo dei litorali. Ma siccome il costo della conservazione è a carico della parte pubblica, i canoni da applicare ai privati dovranno tener conto anche di questo aspetto».
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