Una casa in affitto, uno spazio dove vivere con la compagna e la figlia di cinque anni e costruire una vita senza dover ricominciare ogni volta da un trasloco. Balde (non indichiamo il cognome per tutelare la sua bambina), 29 anni, originario della Guinea Bissau, è alla ricerca di un appartamento in città e nell’hinterland. Consulta gli annunci, contatta le agenzie. Può spendere sino a 600 euro al mese. Ma la ricerca non dà risultati. E mentre le risposte non arrivano, confida nell’ospitalità delle persone che gli vogliono bene.
La priorità
La compagna, nigeriana di 24 anni, lavora come cuoca. Balde ha alle spalle diversi impieghi nella ristorazione, ma in questo momento è fermo: l’ultimo contratto è scaduto e sta cercando una nuova occupazione. «Ho sempre lavorato e presto avrò un nuovo contratto», dice con orgoglio. Trovare un’abitazione è la priorità per lui e per la sua compagna. Le loro cose sono da un amico. Le hanno portate lì dopo aver lasciato l’ultima casa, che il proprietario, riferisce il giovane guineano, aveva deciso di vendere. Il contratto era in scadenza. Hanno liberato l’alloggio e pagato qualche notte in una struttura ricettiva, sperando di trovare nel frattempo una soluzione. Non è la prima volta. Ogni trasloco significa cercare ancora, affrontare nuove spese, riorganizzare la vita familiare. «Siamo disposti a pagare», ripete. Vorrebbe che fosse chiaro: l’importo del canone d’affitto lo pagherà con il suo stipendio. Si domanda se a ostacolarlo sia anche il colore della pelle. Teme che alcuni proprietari possano vedere prima il giovane africano e soltanto dopo la persona, il lavoratore, il padre. Esprime un sospetto maturato nella fatica della ricerca. «Io e la mia compagna siamo delle brave persone», dice. Chiede di essere giudicato per come si comporta. A rendere tutto più difficile ci sono anche le cauzioni. Secondo il suo racconto, non avrebbe recuperato un deposito di 750 euro dopo aver lasciato l’ultima abitazione. «Soldi che oggi sarebbero molto utili».
Il cammino
La Sardegna è il luogo nel quale ha intessuto legami, stretto relazioni. Si trova bene, si è perfettamente integrato. È arrivato nel 2017, al termine di un viaggio terribile a bordo di un barcone lungo la rotta del Mediterraneo, tristemente nota. Poi il centro di accoglienza, la scuola, l’incontro con i padri Somaschi e con persone che non lo hanno mai lasciato solo. Ha preso la licenza media. Ha interrotto il percorso alle superiori per lavorare e sostenere la figlia. Gli piacerebbe riprendere gli studi, frequentare un corso che possa aprirgli altre possibilità. Con i parenti in Guinea Bissau si sente al telefono. La sua quotidianità, però, è nell’Isola. «Ho fatto la scuola a Cagliari, ho tanti amici che mi aiutano». Quello che ancora manca è una casa. Averla sarebbe una grande conquista. Cerca preferibilmente in città, per gli spostamenti legati al lavoro, ma andrebbe bene anche un alloggio nell’hinterland. Chiunque voglia aiutarlo può rivolgersi a padre Elia Salis, che guida la comunità dei Padri Somaschi a Elmas.
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